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UFOLOGIA COME IMANOLOGIA

UN AMPLIAMENTO DELL’ORIZZONTE

          PARTE I – RIFLESSIONI SULLO SVOLGIMENTO DEL CONVEGNO DI ROMA DEL 4/12/2010

Nel convegno si sono manifestati due diversi atteggiamenti (con varie sfumature) riguardo al fenomeno delle macchie atmosferiche inspiegate. In effetti di questi atteggiamenti erano già apparsi degli accenni nei convegni di Tarquinia (2010) e di Trieste (2010). Questi due atteggiamenti si potrebbero rispettivamente definire come "fideistico" cioè che crede nell’esistenza del fenomeno e lo ritiene legato a un ambito extraumano, e come "laicistico", che crede esso pure nell’esistenza del fenomeno, ma che, pur non escludendo la possibilità di un legame col mondo "ultraumano", resta fortemente ancorato all’ambito "umano".

Il primo atteggiamento si basa sul ritenere possibile l’andare oltre (cioè il trascendere e insieme il trascurare) fondamentali leggi riconosciute come operanti nell'ambito umano (terrestre) e precisamente la legge di gravità e la legge della impossibilità di superare la velocità della luce. Mentre il secondo atteggiamento resta principalmente legato a una realtà umana, terrestre e alle leggi che le ineriscono.

Da notare che nel convegno non è emerso un terzo atteggiamento rispetto al fenomeno (atteggiamento peraltro pure largamente diffuso nell’opinione pubblica), per il quale il fenomeno è da considerarsi semplicemente frutto di illusioni ottiche (di allucinazioni, di miraggi). Questo è l’atteggiamento del "negazionista". Questi tre atteggiamenti sono rappresentati nello schema a pagina seguente.

Un atteggiamento largamente diffuso nella scienza ufficiale.

 

TRE ATTEGGIAMENTI DI FRONTE ALLE MACCHIE LUMINOSE

 

l’atteggiamento del fideista

l’Atteggiamento del Laicista

l’Atteggiamento del Negazionista

Si sente assoggettato all’ultraterreno

Si sente parzialmente libero rispetto all’ultraterreno

Si sente del tutto libero rispetto all’ultraterreno

Crede nell’esistenza del fenomeno

Crede nell’esistenza del fenomeno

Non crede nell’esistenza del fenomeno

Si proietta nell’ultraterreno come sfera dove non valgono le leggi terrene

Si colloca nell’ambito umano ma non esclude l’influsso dell’ultraterreno

Rifiuta di prendere in considerazione l’ultraterreno

Considera le sue ipotesi come realtà

Considera le sue ipotesi solo in quanto "ipotesi"

Non formula alcuna ipotesi

Mira a una comprensione del fenomeno (indipendentemente da una possibile spiegazione)

Mira alla comprensione del fenomeno ricercando anche una spiegazione

Non ritiene che vi possa essere né spiegazione né comprensione del fenomeno

Va immediatamente oltre il livello della visione

Riflette criticamente sul livello della visione

Considera la visione come un’illusione

Si appaga di una verità emotiva

Ricerca una verità per quanto possibile "razionale"

Cerca di smascherare le false verità

Mira a una plausibilità concettuale

Mira a una evidenza logica

Nega sia plausibilità che evidenza del fenomeno

E’ convinto che il desiderio possa andare oltre alla conoscenza

Distingue tra desiderio e conoscenza e cerca di individuare una coesistenza tra di loro

Non si cura né del desiderio né della conoscenza

Non sappiamo se al convegno fossero presenti dei rappresentanti dell’atteggiamento negazionista. di questa "corrente di pensiero". D’altra parte non sono stati sollecitati, nel pubblico presente, inviti ad una discussione sulle relazioni presentate (e questo è forse l’unico rilievo critico che si può muovere ad un incontro peraltro assai ricco e propositivo. E ciò perché una dialettica, anche aspra, può essere sempre generatrice di apporti fecondi).

Così nel Indipendentemente dalla possibilità di esistenza di un atteggiamento negazionista, nel convegno sono "restati in campo" solo gli altri due, precedentemente indicati.

L’atteggiamento "fideistico" ha caratterizzato la maggior parte degli interventi, tra cui i seguenti:

- De Compte, "Ufo scienza e distanze stellari"

- Don G. Giustozzi, "Rapporto tra fede cristiana e vita ET".

- M. Angelucci, "Ufo. Tra scienziati e militari".

L’atteggiamento "laicistico" ha caratterizzato altri interventi come i seguenti:

- Ing. A. Magenta, "ET alla luce delle nuove scoperte".

- G. Lollino, "Luci anomale nell'Adriatico".

- F. Accame, "Ufologia e Imanologia – Le inspiegate macchie atmosferiche".

Quanto alla differenza tra i due atteggiamenti (fideista e laicista), a maggior precisazione di quanto sopra scritto possiamo precisare che:

a) i fideisti tendono a collocarsi in un mondo extraterrestre, appartenente a civiltà più avanzate di quella della stirpe umana. P e che percepiscono tali civiltà come detentrici di un potere sovrano.

b) i laicisti tendono a attenersi prevalentemente a ciò che vedono, (cioè alle "luci", alle "macchie luminose" nell'atmosfera). Tra loro c’è chi ipotizza che possano essere generate da energie finora sconosciute.

Comunque dietro ad entrambi gli approcci si celano delle "ideologie inconsapevoli", e ciò vale anche per l’approccio negazionista.

L’atteggiamento fideistico

Nell’atteggiamento fideistico viene dato per scontato che le macchie luminose siano in realtà degli "oggetti volanti non identificati" ed eventualmente "abitati" dagli "alieni". I e il fideista si sente già, per così dire, "di casa" in astronavi, dischi volanti e in rapporto con gli extraterrestri.

Di conseguenza il fideista tende a rinunciare ad un'indagine "logica", ancorata a ciò che è "visibile" del fenomeno. Forse possiamo dire che il fideista si sente "parlato" dalla civiltà extraterrestre, quella civiltà che desidera sia la sua (e che forse invidia).

Per il fideista ad esempio non desta vi è alcuna perplessità il fatto che una astronave o, un disco volante che si sostengaono dinamicamente nell'aria, possano sostenersi in aria stando fermi fermarsi e non cadere (come dovrebbe avvenire accadere se obbedissero alla legge di gravità!). Né E desta perplessità il fatto che anche che possano istantaneamente fermarsi pur procedendo ad una velocità altissima e che possano istantaneamente fermarsi e anche invertire la rotta, e ancora, che possano annullarsi e scomparire.

Tutto ciò ovviamente implica degli atti un atto di fede e un'immedesimazione in un universo nel quale per il quale non valgono le leggi terrestri (umane) .

Per il fideista, che desidera intensamente di poter colloquiare con il mondo degli extraterrestri, non esiste inoltre alcun problema di traduzione tra linguaggi, cioè di traduzione tra il linguaggio che si presume proprio degli extraterrestri e il linguaggio umano. In questo senso forse potremmo dire che il loro desiderio è dell'ordine della "dismisura".

Il fideista è spinto dal desiderio al di là della coscienza in un campo che non è padroneggiabile e quindi è spinto a convincersi che le macchie luminose possano diventare degli oggetti materiali, oggetti che hanno prendono una consistenza fisica come quella delle astronavi o dei dischi volanti. Si tratta tra l’altro , cioè di oggetti a cui si dà un nome anche se non si ha conoscenza di come siano fatti.

C'è chi ha anche intravisto nelle macchie luminose qualcosa di simile alla possibilità di avere a che fare con gli angeli, cioè con creature non umane, creature di natura superiore rispetto a quella dell'uomo, dotate di una sovrapotenza (vedi ad es. la comunicazione di Don Giustozzi).

In qualche modo si può sospettare che l’approccio fideistico tendea a "idolatrizzare" certe figure, che sia affetto da una "fascinazione". E così, con il filosofo J.L. Marion ("Dio senza essere", Jaca Book, 1984, p. 24-26) potremmo dire che si può pensare a un "rapporto di fascinazione", di "idolatria" dove le astronavi e dischi volanti paiono come degli "idoli" nella visione del fideista.

Si è detto che il fideista crede nell’esistenza delle macchie come fenomeno che si manifesta nell’atmosfera e crede altresì che sia direttamente legato a una dimensione extraterrestre, una dimensione dove non valgono le leggi vigenti nella sfera dell’umano, così come la legge di gravità e la legge dell’impossibilità di superare la velocità della luce. E quindi questo

L’atteggiamento accetta quindi il predominio della sfera ultraumana (la sua "sovranità") sul fenomeno. In sostanza il fideista è "assoggettato" a questa convinzione. Di conseguenza rinuncia a tentare una "spiegazione" in termini della logica accettata in ambito umano e mira piuttosto ad una globale "comprensione", fortemente condizionato dal desiderio di collocarsi nell’ultraumano. Questo desiderio limita però la possibilità di "conoscere" il fenomeno nell’ottica del "terrestre". Il fideista si accontenta quindi della plausibilità della sua concezione. Per lui quelle che in effetti sono delle ipotesi, vengono a presentarsi come delle certezze. Egli e aapproda così nel mondo fantascientifico (le guerre stellari hanno origine nelle astronavi degli Ufo).

L’atteggiamento laicista

L’atteggiamento approccio laicista centra l’attenzione sulle immagini delle macchie così come si presentano. Per il laicista le posizioni fideistiche destano delle perplessità, anche se non ritiene debbano essere escluse come "ipotesi". Certo il laicista non prova la stessa invidia per la civiltà extraterrestre, che prova il fideista, ma neppure esclude che qualcosa di ulteriore possa incidere nella "comprensione" del fenomeno al di là di quanto può "dire" una spiegazione scientifica. Comunque il laicista si insedia fondamentalmente nel campo di possibilità "terrestri", "naturali" e su queste centra la sua attenzione.

Le macchie luminose sono per lui uno stimolo per esplorare delle possibilità naturali e umane non ancora conosciute. Infatti, come sopra accennato, il laicista si chiede se possano essere in gioco delle energie per ora sconosciute capaci di generare le macchie.

Per il laicista le macchie non sono dei "segni" che rimandano direttamente al livello extraterrestre delle astronavi e dei dischi volanti, ma sono dei "simboli" che danno luogo a una riflessione che può svilupparsi su più dimensioni.

Naturalmente, come ha notato l’Ing. Magenta nel suo intervento, è anche importante non dimenticare che l’osservazione del fenomeno può stimolare la nascita di idee riguardanti anche campi diversi da quello considerato e può stimolare inoltre lo sfruttamento di queste idee in svariati settori che possono essere di interesse per la società.

Come si è detto, l’atteggiamento laicista condivide con l’atteggiamento fideistico la tesi che il fenomeno delle macchie esista, ma non si sente soggetto ad una dipendenza "extraterrestre" del fenomeno. Relega questa concezione allo stato di un’ipotesi, non la esclude, ma resta marginale. Il laicista, in altre parole, si sente relativamente libero rispetto a questa ipotesi, anche se non si oppone a un tentativo di comprensione del fenomeno che vada al di là di una "spiegazione" esclusivamente a livello scientifico. E ritiene comunque fondamentale il fare ogni sforzo per pervenire ad una tale spiegazione.

A diversità del fideista, il laicista ritiene che ci si debba limitare, nella ricerca della conoscenza del fenomeno, all’ambito in cui vigono le leggi accettate dall’"umano". Una fuoriuscita da queste leggi deve restare nell’ambito dell’ipotetico. Il laicista ritiene inopportuno ricercare insegnamenti dal mondo scientifico. A diversità del "negazionita" ritiene che il fenomeno esista e in particolare necessario indagare sulle forme di potenzialità capaci di generare le macchie luminose.

L’atteggiamento negazionista

Si oppone sia alle posizioni del fideista che del laicista. Si sente libero da una qualsiasi dipendenza dall’ultraumano e non crede nemmeno nell’esistenza di un fenomeno costituito dalle macchie luminose perché per il negazionista si tratta solo di illusioni ottiche e di fantasticherie. Il negazionista mira a smascherare ogni credenza, non ritiene possibile né una spiegazione né una comprensione più globale del fenomeno (in quanto non ritiene esistente il fenomeno!). Si oppone sia a ciò che del fenomeno può essere ricondotto al desiderio, sia a ciò che può essere ricondotto dalla conoscenza.

La posizione del negazionista trova un parallelo in psicoanalisi nell’atteggiamento negazionista di Freud per quanto concerne la religione. Freud nella sua opera "L’avvenire di un’illusione" parla della "illusione religiosa" e ritiene che tale credenza sia appartenente ad un livello infantile.

Forse, a proposito dei tre atteggiamenti sopra indicati, potremmo ipotizzare che ciascuno di essi nasconde una "ideologia inconsapevole" tenendo presente che questa "ideologia inconsapevole" è un processo costitutivo della soggettività e che in qualche modo essa cade al di qua della distinzione tra vero e falso.

I tre atteggiamenti finiscono col cercare di nascondere a se stessi l’azione dell’ideologia inconsapevole. Si può dire che i tre atteggiamenti sono dominati come da un mondo superiore, quello appunto dell’ideologia inconsapevole.

Ciò porta:

1) il fideista, a ritenere rilevante l’ambito extraterrestre (dove non valgono le leggi dell’umano)

2) il laicista, a ritenere rilevante l’ambito umano e anche l’ambito della natura, con la loro potenzialità, in parte inesplorate

3) il negazionista, a ritenere non rilevante ogni ambito che non sia quello della possibilità di fare esperienze concrete.

LE MACCHIE COME SEGNI E COME SIMBOLI

                          "Sìgnum est res, praeter speciem quam ingerit sensibus, aliud aliquid ex se faciens in cogitationem venire"

                          («Un segno è una cosa che, oltre alla specie inserita dai sensi, richiama, di per sé, alla mente qualche altra Cosa »)

                          (Sant’Agostino, De dottrina christiana, II, 1, 2.

                          "I simboli danno a pensare. Solo attraverso un’interpretazione che rimane problematica"

                          (P. Ricoeur, Il conflitto delle interpretazioni)

                          "Qualche volta è preferibile l’ambiguità se la chiarezza non è in grado di sospettare neppure la complessità dei problemi in gioco"

                          (E. Garroni, Progetto di semiotica, Laterza 1972, p. 284).

Si è fatto cenno ai due atteggiamenti relativi alle interpretazione delle macchie, emersi nel convegno, quello fideista e quello laicista.

In proposito possiamo osservare che pPer il fideista la macchia appare come un segno, un’indicazione piena della presenza di astronavi, dischi volanti ed alieni, mentre per il laicista, le macchie appaiono sono piuttosto come un simbolo che lascia aperte varie possibilità di interpretazione. Potremmo distinguere i due atteggiamenti secondo lo schema a pagina seguente.

LE MACCHIE

 

COME SEGNO

(per il fideista)

La macchia come "segno" dell’extraterre-stre. Viene messo in rapporto un significato con un altro significato

COME SIMBOLO

(per il laicista)

La macchia come simbolo di forze esistenti. Viene messo in rapporto un significante con un significato.

La macchia come rimando diretto a un ambito ultraterreno, ultraumano.

La macchia come richiesta di riflessione su possibilità sconosciute.

La macchia come messaggio con cui si comunica con l’extraterrestre

La macchia come prodotto (generazione) dovuto a energie (sconosciute)

La macchia come indicazione di un "essere" che è diverso dalla sua apparenza.

La macchia come indicazione di un "essere" che si fonde con la sua apparenza.

La macchia come una significazione dell’extraterrestre

La macchia come spinta alla ricerca di un ambito sconosciuto

La macchia come frutto di un rapporto con un "modello" (extraterrestre)

La macchia come frutto di rapporto con un "produttore" (di energia)

La macchia come espressione del desiderio rivolto all’extraterrestre.

La macchia come espressione di potenzialità esistenti nell’ambito naturale e nell’ambito umano.

Circa il segno, potremmo ricordare, ad esempio, quantdo dice S. Agostino nel suo trattato "De doctrina christiana". "Nel trattamento dei segni avverto che non si porta attenzione su ciò che le cose sono, ma al contrario sui segni che esse rappresentano, su ciò che esse significano" . Per il fideista, le macchie sono intese come "segni del mondo extraterrestre" (segni che "significano"), queste rimandano alle astronavi, dischi volanti e alieni.

Circa il simbolo, potremmo ricordare quanto afferma il linguista T. Todorov (Theories du symbole, Seuil, Pari, 1977, pag. 41-42) secondo cui "il simbolo è la cosa senza essere la cosa e pur tuttavia è la cosa" (per la macchia potremmo forse dire che con la sua luce, è l’energia senza esserla). Oppure, seguendo il filosofo F.W. Schelling, secondo cui "è simbolica un’immagine il cui oggetto non significa solo l’idea ma è questa idea stessa", nel senso che rimanda a un sovrappiù di significato rispetto alla luce propria della macchia. O forse potremmo sostenere che la macchia è parte di un campo più ampio costituito dall’energia.

Ma cerchiamo di approfondire meglio la questione.

Forse è un po’ semplicistico affermare che il segno debba essere inteso come "aliquid pro aliquo", cioè nella sua funzione di rappresentanza o nella sua transitività, cioè come un qualcosa, un "aliquid" che rinvia semplicemente , al pari di un’etichetta, a un "aliquo" reale, all’oggetto reale.

L’essere "aliquid pro aliquo" è la caratteristica della semiosi. In merito Umberto Eco nel suo trattato di "Semiotica generale"( Bompiani, 1975, p. 25) scrive: "Proponiamo quindi di definire segno tutto ciò che, sulla base di una convinzione sociale, previamente accertata, possa essere inteso come qualcosa che sta al posto di qualcos’altro. In altri termini si accetta la definizione di Morris (1938) per cui "qualcosa è un segno solo perché interpretato come segno di qualcosa da qualche interprete..." ... "L’unica modificazione da introdurre nella definizione morrisiana è che l’interpretazione da parte di un interprete, che sembrerebbe caratterizzare il segno in quanto tale deve essere intesa come una interpretazione possibile da parte di un interprete possibile.

A partire dall’opera del linguista F. de Saussure possiamo distinguere nel segno due aspetti: il significante che è l’immagine o risvolto materiale (nel nostro caso: la luce propria del segno) e il significato che è il concetto o l’idea associata al segno, nel nostro caso, per il fideista, le astronavi e dischi volanti.

Sempre in relazione alla problematica concernente ciò che cosa si deve intendere per segno, potremmo citare quanto scrive il semiologo Roland Barthes ("Elementi di Semiologia", Einaudi, 1971, pag. 35):

"Nella terminologia saussuriana il significato e il significante sono le componenti del segno. Orbene, questo termine segno, presente in vocabolari molto diversi (dalla teologia alla medicina) e la cui storia è ricchissima (dal Vangelo alla cibernetica), è perciò stesso molto ambiguo; così, prima di ritornare all'accezione saussuriana, dobbiamo brevemente accennare al campo nozionale in cui esso occupa un posto che del resto, come vedremo, è fluttuante. Segno si inserisce infatti, a seconda degli autori, in una serie di termini affini e dissimili: segnale, indice, icona, simbolo, allegoria sono i principali rivali del segno. In primo luogo, stabiliamo l'elemento comune a questi termini: essi rinviano tutti necessariamente a una relazione tra due "relata"; questo tratto non serve quindi a contraddistinguere nessuno dei termini della serie. Per ritrovare una variazione di senso, si deve ricorrere ad altri tratti, che citeremo qui in modo alternativo (presenza/assenza): 1) la relazione implica, o non implica, la rappresentazione psichica di uno dei relata; 2) la relazione implica, o non implica, una analogia fra i relata; 3 ) la connessione tra i due relata (lo stimolo e la sua risposta) è immediata o non lo è; 4) i relata coincidono esattamente, o viceversa uno «sopravanza» l'altro; 5) la relazione implica o non implica un rapporto esistenziale con colui che ne fa uso.

Mentre per il fideista la macchia è un segno e si trova quindi in relazione immediata con gli oggetti volanti, per il laicista la macchia genera l’ipotesi indiretta di un riferimento a qualcosa di sconosciuto (si è fatta l’ipotesi che questo sconosciuto sia costituito da forme di energia).

E’ da aggiungere che legato al segno è il problema della sua interpretazione. In merito il semiologo Jurgen Trabant ("Elementi di sociologia", Liguori, 1980, p. 21) ci ricorda che è facile ingannarsi sulla natura del segno. Per quanto concerne il nostro caso, il vedere direttamente nelle macchie la figura di un astronave, di un disco volante, può essere ingannevole.

Trabant cita un passo del libro di Antoine Saint Exupery, "Il piccolo principe", dove "lo scrittore racconta di aver letto un libro sulla giungla e sui serpenti boa che aveva stimolato fortemente la sua fantasia. Ispirandosi al libro egli fece un disegno, un segno iconico, e domandò quindi agli adulti se la sua rappresentazione incutesse a loro paura (una rappresentazione che, paradossalmente, corrispondeva rigidamente alla "normale" convenzione rappresentativa degli adulti, per cui si disegna ciò che si vede).

La rappresentazione era la seguente:

Gli adulti risposero, in base alla loro esperienza quotidiana, chiedendo perché mai un cappello avrebbe dovuto incutere in loro paura. In realtà il disegno voleva rappresentare un serpente boa che ingerisce un elefante. Per spiegare allora il suo primo disegno il bambino ne fece un altro chiarificatore in cui illustrava anche ciò che non si vede:

E solo molti anni più tardi lo scrittore trova nel Piccolo Principe un uomo che condivide evidentemente le sue esperienze e che riconosce immediatamente nel primo disegno un elefante dentro un boa".

Osserviamo in proposito che le macchie possono innescare in un doppio processo:

1) un processo di "umanizzazione" dove cioè gli uomini tendono a trasformarsi in ominidi (extraterrestri) che avranno delle figure che rievocano quella umana e dove le nostre navette spaziali che assumono la configurazione di "astronavi";

2) un processo opposto, o se vogliamo simmetrico, che riconduce il fatto della apparizione delle macchie a potenzialità naturali e umane sconosciute.

          PARTE 2) RIELABORAZIONE DELL’INTERVENTO TENUTO AL CONVEGNO

           

Torniamo sul terreno scabro

L. Wittgenstein, "Ricerche filosofiche"

(Torino, 1974, p. 107)

[...] Non sono i nomi che fanno le cose

ma le cose che fanno i nomi...

Machiavelli

In questo scritto ci proponiamo di far vedere perché è importante un ampliamento di orizzonte dell’"ufologia" (intesa come studio degli oggetti volanti non identificati) verso l’"imanologia" (intesa come studio consapevole delle Inspiegate Macchie Atmosferiche).

Nella imanologia la nostra attenzione non è più centrata su specifici oggetti volanti e sulla loro identificazione, quanto, piuttosto, su ciò che vediamo effettivamente nel cielo (nell’atmosfera) e cioè le macchie (luminose (di notte) e scure (di giorno).

Mettiamo per un momento da parte i dischi volanti, le astronavi e gli extraterrestri (ciò che nel loro insieme possiamo chiamare "D.A.E.") e ci soffermiamo invece, sul problema di ciò che sono, che possono essere queste macchie che vediamo. Non necessariamente sono rappresentazioni di "oggetti volanti". L’ipotesi che formuliamo è che possano essere semplicemente delle modalità in cui si manifesta una forma (o più forme) di energia (o di energie che restano, peraltro, ancora inspiegate).

Dunque si tratta di preoccuparci di un orizzonte assai vasto dove non si dà per scontato che le macchie che vediamo siano una rappresentazione di oggetti volanti, cioè di oggetti (fisici, immateriali) che si sostengono dinamicamente nell’aria.

La visione "allargata" del fenomeno non esclude l’ipotesi che la rappresentazione ufologica "tradizionale" possa esistere, ma ne nega la esclusività, la certezza, e la esaustività, intendendola invece come un’ipotesi, cioè come una possibilità e non più come qualcosa di "dato per scontato" in partenza. Ciò

Iin quanto, forse, l’ufologia tradizionale è affetta da un "errore d’origine", da un "peccato originale", consistente nell’aver sposato acriticamente e "in toto" una realtà che invece è ristretta ed è propria del "mondo" dei "controllori della difesa aerea", di coloro cioè che sorvegliano con i radar le tracce degli aeromobili (oggetti fisici materiali) in transito in un determinato spazio aereo. Si tratta, è bene precisare, di tracce che sono presenti sul radar, e non di tracce (macchie) presenti nell’atmosfera.

Il compito della difesa aerea ha a che fare con oggetti volanti (aeromobili) la cui presenza è individuata (come traccia sul radar) dalle emissioni degli impulsi radar. L’operatore della difesa aerea si deve preoccupare del fatto se le tracce radar appartengono ad aerei amici o nemici e di identificarle come tracce "amiche" e come tracce "nemiche". Nel caso non sia possibile identificarle, queste restano pertanto "non identificate".

L’ufologia di occupa delle macchie che appaiono, alla nostra vista, nell’atmosfera. Queste ultime non riguardano necessariamente aeromobili e non ci inducono a preoccuparci se siano "amiche" o "nemiche", o "non identificabili". Il fenomeno che viene individuato in cielo è qualcosa di diverso di quello che si può osservare sugli schermi radar della difesa aerea e, con particolare riferimento, a situazioni in cui possono manifestarsi delle minacce belliche.

Le macchie che noi vediamo e che costituiscono il fenomeno di cui dobbiamo occuparci, non pongono una problematica di identificazione del tipo "amico-nemico" e non riguardano una situazione bellica.

Si tratta invece, come sopra ricordato, di macchie che appaiono nell’atmosfera, alle quali quindi il termine "UFO" (unidentifyed flying object) proprio del linguaggio dei controllori aerei non si adatta. Di queste macchie ci interessa, semmai, di spiegarne la natura, di tentare di comprendere qual è la loro essenza. Non siamo di fronte ad un problema di oggetti volanti non identificati, ma di Inspiegate Macchie Atmosferiche (IMA). In questo senso le macchie si presentano come un "mistero non risolto".

Il ritenere le macchie dipendenti da oggetti che volano, è soltanto un’ipotesi; l’imanologo nonnon la scartaiamo, ma la consideraiamo come, appunto, solo come un’ipotesi (attinente al campo fantascientifico).

Tra l’altro il fatto che le macchie si possano spostare a velocità altissima (migliaia di km all’ora) e che in un attimo si possano fermare e invertire la direzione di marcia, è assolutamente inspiegabile con le leggi della natura a noi note. Potrebbe solo dipendere da "leggi extraterrestri". Ma anche il fatto che le "macchie" possano fermarsi, sostare nell’atmosfera e non cadere come vorrebbe la legge di gravità è impossibile da spiegare con le leggi della natura che conosciamo. Non possiamo far finta che questo tipo di problematica non esista, a meno di non porci fuori del "nostro mondo" in cui vigono determinate leggi.

Il fatto che le macchie facciano sorgere un mistero non risolto, il mistero dell’"altro", deve stimolarci ad una ricerca sulla loro natura e questa ricerca è qualcosa di concreto, di comprensibile. E’ una ricerca che non può indurre nessuno ad affermare che chi studia questo fenomeno (un fenomeno che esiste in quanto lo dimostrano le centinaia di migliaia di avvistamenti che sono stati realizzati) sia uno sprovveduto, cioè prenda per certezze delle chimere. Si nutre di illusioni ottiche, di miraggi. Ecco perché a parere dello scrivente il fenomeno deve essere studiato per quello che è, cioè come si è sopra precisato, per in quanto concerne il fatto che consiste in macchie (in tracce) che appaiono nel cielo e si spostano, magari a velocità altissima, scompaiono,. Non fa riferimento alle e non per quanto riguarda le macchie (o tracce) che appaiono su schermi radar. Queste macchie o e che sono tracce, è bene non dimenticarlo, che dipendono dal riflettersi degli impulsi radar su un oggetto solido e che riguardano un contesto condizionato dalla possibilità di una minaccia bellica e nella quale quindi esiste l’esigenza dell’identificazione della traccia come "amica" o "nemica" o della constatazione che si tratta di una traccia non -identificata.

Confondere i due tipi di macchie (di tracce), costituisce quindi l’errore di partenza che è stato compiuto in campo ufologico, il "peccato originario" che ha mischiato due fenomeni di natura assai diversa tra loro. Inoltre è stata assunta come certezza la presenza di astronavi, di dischi volanti. Ma questa presenza non può essere presa come una "certezza", come una "premessa fuori discussione". E’ da considerarsi solo come un’ipotesi che peraltro non ha trovato alcuna verifica di tipo sperimentale. Questa visione è da collocarsi quindi più nella fantascienza che nella scienza, il ché non vuole comunque dire limitarne l’importanza perché anche la fantascienza è qualcosa di non trascurabile ed è infatti feconda di stimoli conoscitivi. Però in questa "visione" strettamente ufologica si pongono degli elementari problemi di fisica come quelli sopra accennati. Purtroppo c’è chi ritiene possibile far atterrare in un ristretto spazio (c’è qualcuno che addirittura identifica questo spazio con lo "spiazzo di Pontida") degli "oggetti volanti" che arrivano alla velocità di migliaia di km all’ora. C’è anche chi E ritiene possibile che degli extraterrestri con le loro astronavi visitino la Terra nei weekend facendo acquisti nei negozi della base di atterraggio. C’è qualcuno che parla di viaggi interplanetari, che possono essere compiuti anziché in anni, in qualche ora o addirittura in qualche minuto. Qualcuno che parla di extraterrestri, dice che quando atterranno nella base X del deserto del Nevada ordinano hamburger e birra.

Anche se vi è chi ritiene tutto questo come possibile, dobbiamo renderci conto che nel senso comune di moltissime persone ciò invece appare assai improbabile e quindi crea dei sospetti sulla attendibilità stessa dell’ufologia portando al ad un suo screditamento. Certo vi è chi non si pone questi interrogativi e domande e accetta come dato scontato il suddetto scenario, accetta così ad esempio anche che possiamo trovarci ad osservare addirittura delle flottiglie di astronavi e dischi volanti, come sopra accennato. . E, come è accaduto recentemente (2010) nel cielo di Bologna. Ma poi si è scoperto che la flottiglia di astronavi era in realtà costituita da palloncini cinesi luminosi gettati in aria durante una festa!

Ecco perché si ritiene necessario esplorare un campo più ampio partendo dal presupposto un punto: che la macchia in sé non è da considerarsi un’illusione ottica, come sostengono i "negazionisti" (e in larga misura, l’ambito scientifico) ma deve considerarsi come un fenomeno comprovato da molte migliaia di avvistamenti.

Comunque anche accettato il fenomeno come esistente(cioè non come un’illusione ottica), non è però facile spiegare in cosa consista. Non basta certo chiamare in causa le esperienze dei controllori di volo della difesa aerea. Le macchie (le tracce) che loro vedono sullo schermo radar, hanno un’origine ben nota perché, come detto in precedenza, non riguardano altro che impulsi radar riflessi da oggetti fisici in volo.

Ben altra cosa è spiegare le cause per cui si formano nel cielo delle macchie. Si può formulare l’ipotesi che possano essere state determinate da forme di energia, che però ci sono sconosciute. Sembra quindi importante spiegare "al pubblico" che "l’imanologo" differenziandosi in questo dall’"ufologo", cerca di indagare sulla possibilità di energie finora sconosciute. Peraltro, neppure una "spiegazione" di queste macchie in termini di una energia, può probabilmente considerarsi come una "comprensione" totale del fenomeno. Occorre tra l’altro tener conto anche del fatto che nell’individuazione del fenomeno entra in gioco l’osservatore del quale è chiamata in causa non solo la dimensione "conscia" ma anche la dimensione "inconscia". E il fenomeno, nel suo complesso, è legato non solo a problematiche conoscitive, ma anche emotive, affettive.

Il problema che ci si pone, potremmo dire, è quello della "cosalità" delle macchie, cioè del "che cosa sono" le macchie. E’ naturalmente evidente che ci troviamo di fronte a questioni di interpretazione del fenomeno ed anche, come si è fatto cenno al ruolo che può giocare l’inconscio, un inconscio che, sappiamo bene, cerca di proiettare fuori di sé certi fantasmi che stanno al suo interno.

Dobbiamo in sostanza andare alla ricerca del senso di "innaturalezza", di "estraneità" che è proprio della macchia, della sua fuoriuscita rispetto alla "normalità" dall’atmosfera, della sua eccezionalità.

La filosofia può esserci d’aiuto nell’affrontare criticamente questo tipo di problemi. Possiamo riferirci a quanto afferma il filosofo Ludwig Wittgenstein quando parla della "percezione di qualcosa come qualcosa". E’ in gioco una entità che sorprende. Non conosciamo la "cosa" che è in gioco, ed è su questo che dobbiamo centrare la nostra attenzione. C’è infatti un problema che riguarda il "saper vedere". Si cerca una verità come "svelamento di qualcosa" che fino ad oggi è rimasto "velato". Uno svelamento di ciò che sta dietro l’apparenza della macchia. Si potrebbe dire che si tratta di "guardare attraverso" la macchia, alla ricerca forse di un’energia capace di creare una discontinuità nel cielo, nell’atmosfera. Forse uno studio scientifico (quindi nel campo della razionalità) può portare a offrire una spiegazione del fenomeno. Ma, come sopra accennato, vi è in gioco anche una tematica emotiva che riguarda la sfera dell’inconscio, sono in gioco aspetti di razionalità, ma anche di emozionalità. Per una comprensione adeguata forse possiamo dire che sarebbe necessario un "supplemento d’anima", che ci porti quindi al di là della spiegazione scientifica.

Tuttavia dobbiamo fare ogni sforzo nell’ambito scientifico, ambito che finora ha rifiutato in maniera drastica la visione sintetizzata nel DAE (Dischi volanti, astronavi, extraterrestri). Tra l’altro restando in questo campo nessun esperimento sarebbe possibile e ben sappiamo che le possibilità di fare esperimenti deve essere non considerato come il "sine qua non" della scienza. L’approccio scientifico implica una lettura causale dell’evento: conoscere la causa significa poter prevedere l’effetto, prepararsi all’evento.

A questo riguardo forse dovremmo prendere in considerazione l’uso di un linguaggio analogico, tenendo presente che l’analogia rende possibile un tentativo di conoscenza dell’ignoto.

Certo, prima di tutto, si tratta di "mettere tra parentesi" (un filosofo impegnato nel campo della fenomenologia come E. Husserl, chiama il mettere tra parentesi la l’"epockè"). Nella nostra situazione si tratta di mettere tra parentesi (il che non vuol dire eliminare) le tradizionali convenzioni dell’ufologia "ortodossa" e cercare di rileggere in un’altra ottica la situazione in cui ci troviamo che, come abbiamo più volte ribadito, è sostanzialmente diversa da quella del radarista, impegnato in compiti di difesa aerea .

E neppure basta un ricorso, pur necessario, alla "ri-flessione". Occorre anche pensare ad una "pro-tenzione", cioè a una prospettiva, perché occorre guardare avanti a sé (e non solo dietro di sé). Non basta andare in territori già attraversati, rivivere episodi passati, (e comunque occorre occorre ripensare anche l’essenza del passato in termini nuovi).

Si è accennato in proposito all’ipotesi che le macchie possano essere create da qualche forma di energia che però non conosciamo, ma di cui la macchia sia l’effetto. Naturalmente occorre un "occhio brucante", un "occhio penetrante", un "occhio proiettante" per risalire dal "visibile" delle macchie all’invisibile . Occorre collocarci su un "terreno" di indagine dove non trova posto una visione superficiale e consolatoria, dove accettiamo di confrontarci con una dura realtà, liberandoci da immagini facili di cui rischiamo di restare prigionieri.

Vedere nelle macchie i dischi volanti, le astronavi, gli extraterrestri è probabilmente una visione troppo "facile" e dunque illusoria. Dobbiamo probabilmente dire con il filosofo L. Wittgenstein che è il momento di confrontarci con un terreno scabro. Tra l’altro è bene non dimenticare che visioni troppo "facili" ostacolano a guardare oltre e diversamente. E non dimentichiamo neppure, come scritto nel Vangelo, che c’è chi ha "occhi per non vedere". Per non vedere che cosa? per non vedere ciò che sta dietro all’apparenza (o meglio, dietro la "finta apparenza").

Trovarsi di fronte alle macchie può avere qualche somiglianza con il trovarsi di fronte a dei "giochi linguistici", i giochi di cui ci ha parlato il filosofo L. Wittgenstein, e ciò nel senso di un’analogia tra le macchie e certe modalità di espressione tipiche del linguaggio.

Attraverso le macchie può apparire il loro essere, di un essere su cui possiamo purtroppo fare solo delle ipotesi. Forse dobbiamo quindi anche confrontarci con analisi del problema che attingono alla psicologia e alla psicoanalisi perché non possiamo dimenticare che è in questione l’osservatore ed anche il suo inconscio.

Forse può essere utile tener conto del fatto che, se da una parte, il soggetto guarda alle macchie possiamo d’altra parte anche pensare che esso è influenzato (guardato) dalle macchie. Forse dobbiamo pensare che nelle macchie c’è qualcosa che viene incontro al soggetto osservatore. Ma ciò che viene incontro al soggetto, viene incontro solo secondo un movimento del soggetto che va incontro alle macchie. Le macchie dipendono anche insomma da questo andar a loro incontro.

Tutto ciò sembra necessario per comprenrdere nella sua interezza il fenomeno, anche al di là di una possibile spiegazione scientifica sviluppatasi nel campo del razionale. Dal punto di vista di una ricerca scientifica un’ipotesi da cui partire può essere quella, ormai più volte sopra accennata, di centrare l’attenzione sulla energia, tenendo presente che il formarsi di una macchia nel cielo deve probabilmente trovare una spiegazione in un’energia che riesce a creare questa discontinuità. Ma la comprensione del fenomeno probabilmente non riguarda solo l’estrinsecarsi di energie da scoprire nell’ambito naturale in cui lo troviamo collocato, ma anche viene a dipendere, come si è in precedenza accennato, anche da "energie mentali" che sono in noi, da pulsioni che esistono nella nostra interiorità, nel nostro inconscio, da una volontà o da desideri che hanno origine in noi stessi.

E non vi è dubbio che per uscire dagli schemi conformistici in cui ci troviamo inseriti, occorrono delle energie che non possono essere che all’interno in di noi stessi. Occorre dunque tener conto anche di queste possibilità interiori, di questo andare oltre la "volontà di potenziamento" che è in noi stessi (l’espressione è mutuata dalla filosofia di Nietzsche).

Certo, il primo passo da fare è un passo tutt’altro che facile, per il quale occorre mettere in atto, appunto, una qualche "volontà di potenza" (o di "potenziamento"), ma occorre anche la capacità di mettere da parte convinzioni correnti, di allontanarsi da esse.

E solo ciò che può rendere possibile un passaggio dal modo di vedere tradizionale dell’ufologia, in modo che risente della "base" costituita dal riferirsi all’avvistamento di tracce sul radar. Occorre tentare un approccio meno ristretto, non limitato alle tracce radar e alla Difesa Aerea, ma più ampio che prenda in esame il campo delle immagini, che si profilano nell’atmosfera. Questo approccio che abbiamo chiamato "imanologico" può forse far sperare di uscire all’aperto da una gabbia che tende a trattenerci da . Dobbiamo soprattutto essere capaci di mettere da parte una mentalità che restai legata a a problemi della difesa dello spazio aereo e da un contesto caratterizzato dalla presenza della una situazione in cui è presente la minaccia del nemico .

Forse potremmo dire che dobbiamo uscire da una mentalità da "Forte Bastiani", il forte di cui ci parla Buzzati nel suo libro "Il deserto dei tartari", in cui tutti gli occupanti del forte erano preoccupati solo del nemico che stava in vicinanza e poteva minacciarli. Dunque ci troviamo di fronte alla necessità di un distacco da una ideologia militare che è nata negli Usa con le prime strutture di difesa aerea basata sul radar, con il linguaggio degli "unidentifyed flying objects", da cui ha preso le mosse il termine "Ufo".

Questa mentalità, in un’ottica filosofica, ci riporta all’esigenza di non credere all’errore, costituito dal di percepire che le cose debbano essere viste solo per ciò a cui servono. La difesa aerea si preoccupa di identificare le tracce degli aerei, specialmente quelli nemici o potenzialmente tali quando sono "non identificati", ciò in quanto per l’utilità per la che ciò ha per la difesa. Ma l’osservazione delle macchie nel cielo è qualcosa di diverso.

Forse possiamo riferirci a quanto ha scritto il filosofo M. Heidegger quando ci ha messo in guardia (nella sua celebre opera "Essere tempo") da ciò che può accadere se la natura è percepita solo in termini di "utilità". Heidegger, nel suo astratto (ma poi non tanto), linguaggio filosofico, afferma che quando si opera in vista dell’utilità: "La terra diventa custode di semi, il cielo diventa sole e pioggia fecondanti, la foresta diventa una piantagione, la montagna diventa una "cava di pietra", il fiume diventa forza d’acqua, il vento "diventa vento in poppa", il suolo diventa sottosuolo".

Il dire di Heidegger ci fornisce delle indicazioni sul come guardare agli aspetti legati al punto di vista da cui si osservano le macchie. Il nostro scopo nell’osservare le macchie in cielo non è quello di poter utilizzare questi avvistamenti per decidere se eventuali nemici si avvicinano, se cioè le tracce possono considerarsi "amiche", "nemiche" o "non identificate" per fronteggiare degli attacchi militari. E questo punto di vista utilitaristico che in fondo, sia pure alla lontana, sembra trovarsi nel retroterra delle problematiche Ufo, perché ormai come si è detto più volte, sono nate nell’ambiente della difesa aerea e quindi nell’utilizzazione delle tracce a questo fine.

L’aspetto minaccia può restare in qualche modo come un aspetto del problema pertinente al fenomeno dell’avvistamento delle macchie nel cielo, nell’ipotesi che possano presentare dei pericoli per la società, ma non deve certo essere considerato come l’interpretazione nella sua totalità. Del resto, Il chiedersi se le macchie possono essere causa di pericoli per la società può essere giustificato, ma non ci aiuta comunque molto a scoprire in cosa consiste il fenomeno al quale ci troviamo di fronte. Ad ogni modo Comunque si deve uscire dall’ipotesi unica, totalizzante, che le macchie siano viste come oggetti materiali volanti. Infatti possono anche ben essere rappresentative di qualcosa di immateriale, ad esempio come si è detto, di forme di energia non conosciute.

Occorre aprirsi a uno spazio più vasto prendendo in considerazione le obiezioni e contestazioni che possono venir sollevate da coloro che sono "fuori della cerchia". Dobbiamo non ritenere sufficiente il consenso l’approvazione da parte di un ristretto numero di fideisti, occorre un approccio sdogmatizzante che consenta un’apertura di orizzonte. Si tratta, come è ovvio, di affrontare uno scambio di opinioni e quindi anche dei contrasti. Ma questa è l’unica via per riacquistare una credibilità nel vasto pubblico, lasciare aperto uno spiraglio all’intervento della scienza. La scienza difficilmente si occuperà di un problema di dischi volanti e astronavi, ma può ben occuparsi di un problema di energia.

Sappiamo che questo è il compito difficile e gravoso, ma probabilmente è l’unica via per non rinserrarci in un "Forte Bastiani". Solo questo è un modo per diventare più credibili. E perciò parliamo dell’allargamento dello spazio dell’"ufologo" a quello dell’"imanologo". Esso deve impegnarci in una ricerca libera, non assoggettata a scopi strettamente utilitaristici o comunque prefissati.

IL RAPPORTO CON LA FILOSOFIA

                  "Una filosofia insegna e non è poco a non farsi ingannare"

                  K. Jaspers

                  "Più in alto della realtà sta la possibilità"

                  M. Heidegger, Introduzione a Essere Tempo

                  "Il compito della filosofia è di porre delle domande, di non lasciare l’uomo senza domande e fare intendere che al di là delle risposte della scienza c’è sempre una domanda ulteriore: non appagarsi mai della risposta, per quanto ardita e generale, dello scienziato: rendersi conto che per quanto sia stretta la zona di luce del nostro sapere, c’è sempre una zona d’ombra che non sembra divenire più piccola per il solo fatto che la nostra esplorazione del cosmo si è perfezionata"

                  (Norberto Bobbio).

                  "Se esseri siffatti arrivassero un giorno fra gli uomini, ogni rapporto autentico tra essi e noi sarebbe impossibile. Potremo scambiarci informazioni, concetti, teorie, non comprenderci per quel che siamo né stabilire con essi legami di amicizia e di amore. Felicità e infelicità, gioia e dolore, soddisfazioni e frustrazioni , sarebbero soltanto dalla nostra parte, ma per loro rimarrebbero fenomeni incomprensibili. Essi rimarrebbero rispetto a noi in un isolamento emotivo e pratico completo. Il conflitto tra bene e male sarebbe ad essi estraneo, come ogni altro conflitto; e, insomma, tutti quelli che noi, a torto o a ragione, chiamiamo ‘valori’, le la stessa vita morale, sarebbero per essi lettera morta"

                  Nicola Abbagnano, "Questa pazza filosofia", Editoriale Nova, 1979, p. 122-123.

La questione che ci poniamo riguarda quali suggerimenti può darci la filosofia nell’affrontare il problema delle macchie. Nel senso più generale la filosofia ci aiuta a dare senso alle cose, a sottrarsi dalla forza del già dato (del "già dato per scontato") alla ricerca del vero, e ci induce a una presa di coscienza intima della realtà.

Ci aiuta a fare delle connessioni insolite e soprattutto ci aiuta a generare dei nuovi quesiti, ma anche a mettere da parte, almeno provvisoriamente, quelle che sono le convinzioni correnti che nel nostro caso riguardano i dischi volanti, le astronavi e i loro abitanti extraterrestri. E ciò pur senza escludere questa ipotesi.

Un approccio filosofico al problema ci aiuta a renderci conto che ci troviamo di fronte a una questione che esige un lavoro di "interpretazione" perché possono esserci molteplici interpretazioni del fenomeno. Un approccio filosofico ci aiuta anche a "imparare a vedere" (la dimensione estetica), muovendoci in varie direzioni. Infine ci aiuta ad indagare sul problema dell’essenza delle macchie (la dimensione ontologica).

Cerchiamo di esaminare questi vari aspetti del rapporto con la filosofia.

L’ASPETTO INTERPRETATIVO

Le macchie pongono un problema di interpretazione, un problema "ermeneutico". Ci troviamo di fronte alla possibilità di una pluralità di interpretazioni, non ci troviamo infatti solo di fronte all’esigenza di una semplice contemplazione. Ci troviamo di fronte a una situazione in cui sono in gioco emozioni, impulsi contrastanti (il fascino, il timore generato dalle macchie). Ci troviamo di fronte ad un tasso di enigmaticità, di misteriosità da esplorare. Occorre perciò un atteggiamento creativo e una liberazione da vincoli di ciò che è dato comunemente per scontato. Occorre cercare di "problematizzare" le esperienze, cercare di introdursi nel mistero delle macchie con un forte impegno a indagare, a smascherare, a decifrare se necessario. Si può ipotizzare che ci sia qualcosa di nascosto dietro le macchie, qualcosa che la fa essere così come appaiono. Si tratta quindi di un’opera di dis-occultamento, di dis-nascondimento, di svelamento.

E allora c’è da chiedersi se potremo affidarci alla scienza che dovrebbe distinguere la verità dall’illusione. La scienza si affida all’argomentazione razionale. Ma ancora si pone la domanda: questa è sufficiente per "comprendere" il fenomeno?

Gli interrogativi sono molti e la risposta non è facile. E tuttavia affrontare un lavoro interpretativo, un lavoro ermeneutico sembra necessario per fare qualche passo avanti.

In proposito ha scritto il filosofo Aldo Gargagni ("I linguaggi della teoria - Introduzione alla parte quinta", in Boringhieri G., Vidali P., a cura di La ragione possibile? Per una Geografia della cultura. Feltrinelli, 1988, pag. 379-380). Ma l’idea che un soggetto producae rappresentazioni di fatti, processi che appartengono a uno sfondo nel quale egli è al tempo stesso coinvolto, quale la circostanza che un soggetto produca delle conseguenze e delle rappresentazioni di uno sfondo del quale ha una preoccupazione in quanto vi è gettato. Questo è appunto ciò che nella filosofia di Heidegger prende il nome di "circolo ermeneutico". Nella problematica che trattiamo le macchie e le loro luci sono da intendersi come parte di uno sfondo la cui natura possiamo ipotizzare che sia è energetica. (???)

L’ASPETTO ESTETICO

Il fenomeno delle macchie implica una componente emozionale, il confrontarsi con una dimensione emozionale. Questo è necessario per la comprensione del fenomeno ma implica anche una percezione che però è sempre parziale.

E’ bene tener presente che gli occhi vedono ciò che sono abituati a vedere. E sappiamo che l’ufologia ci ha abituato a vedere le macchie come degli "oggetti" (dischi volanti, astronavi e extraterrestri che le abitano). E’ dunque in questione l’"io vedo" dell’osservatore, è in questione quel già dato da cui l’osservatore è inevitabilmente influenzato e che è legato al quadro, al contesto in cui l’osservatore si trova.

Si può forse affermare che, se da un lato le macchie sono vedute dall’osservatore, d’altra parte l’osservatore è in qualche modo anche "veduto" (osservato) dalle macchie e che quindi sussista una condizione di relazionalità. L’osservatore vede le macchie ma non conosce ciò che "sta dietro" di loro. Possiamo forse pensare a ciò che sta dietro la macchia come a uno sconosciuto campo di forze, un campo di energia. Si è accennato più volte al fatto che qQuesto campo può essere forse pensato come "il genere" (il contesto) a cui appartengono le macchie (la "luce" della macchia pensata come appartenente al "genere" (al contesto), energeticoia.

Questo campo di forze, questo contesto, tende a dire all’osservatore: "sei qui".

Il contesto può essere concepito come un "alone" energetico, un alone di potenzialità che resta nello sfondo.

Le macchie pongono un problema del sovrappiù di visibilità che, mentre permette allo sguardo di "vedere", gli impedisce di "guardare".

L’essenza della macchia si dissimula sotto la luce (il bagliore) della sua stessa visibilità: in questo senso possiamo forse parlare di una visibilità dell’invisibile (dell’invisibile, campo energetico in cui pure abita).

L’ASPETTO FENOMENOLOGICO

L’approccio fenomenologico del problema relativo alle macchie riguarda la "messa tra parentesi" delle conoscenze tradizionali proprie dell’ufologia. Il ché però non significa scartarle, ma significa semplicemente una loro soppressione temporanea considerandola legata alla sera della fantascienza. Significa insomma "ridurre" il campo dell’esplorazione sottraendovi temporaneamente le conoscenze date per scontate, significa sottrarre momentaneamente l’attenzione da questo "già dato" (il DAE). Significa, d’altro canto un atteggiamento di apertura rispetto alla possibilità di nuove interpretazioni e quindi ci aiuta a mettere in atto un cambiamento di prospettiva e uno spostamento di attenzione, ci aiuta a ridurre all’essenza il campo di indagine.

Naturalmente ciò mette in discussione l’ovvietà di alcune interpretazioni tradizionali, ritenendole come un modo "evasivo" di porsi rispetto al problema dell’essenza.

Si tratta in sostanza di porre l’attenzione sulle macchie stesse, cioè di non considerarle come delle semplici parvenze di altro (del DAE). Dunque diventa importante il "rispetto" della macchia come dato visibile.

Occorre cercare, per quanto possibile, di distinguere la percezione delle macchie dalle sensazioni che le macchie provocano, cercare di distinguere la pura sensibilità dalla conoscenza consapevole, tenendo conto del fatto che la conoscenza inizia con la percezione.

E’ bene precisare in proposito che la percezione delle macchie (la percezione del fenomeno macchia) si ha quando una modificazione sensoriale oltrepassa la soglia della coscienza mentre la rappresentazione della macchia si ha quando il contenuto della percezione è rappresentato in modo immediato.

L’ASPETTO ONTOLOGICO (e quello "Echologico")

Si tratta della ricerca di ciò che sta a monte di tutto e che riguarda l’essenza della macchia, l’"essere" della macchia. Le macchie ci pongono di fronte a un problema ontologico, cioè riguardante il loro "essere". Ci pongono, cioè, non solo di fronte a un problema di apparenza, di esperienza vissuta.

Se coincidessero l’apparenza e l’essenza, l’apparenza sarebbe una pura illusione, ma se le distinguiamo occorre tener conto del fatto che nell’apparenza c’è qualcosa dell’essere e che la sua verità "l’essere" deve manifestarsi in qualche forma.

Certo, si può ipotizzare che l’apparenza nasconda l’essere. Abbiamo a che fare con l’annunciarsi di qualcosa che non si mostra. Nel nostro approccio abbiamo ipotizzato che dietro l’apparenza della macchia si nasconda una sconosciuta forma di energia.

Dobbiamo interrogarci sulle condizioni che possono dar luogo a delle macchie, che le possono far sorgere. Ci si interroga su forze che possono condizionarne il manifestarsi delle macchie e il percepirnle in un dato modo. Entra in gioco la distinzione tra il mondo naturale e il campo di forze del mondo umano (dipendente dall’umano). Le condizioni che possono dar luogo alla formazione delle macchie, implicano un gioco che potremmo dire di compenetrazione tra natura e cultura, tra la natura fisica della macchie e l’ambito culturale umano in cui sono percepite.

Si è detto che la filosofia ci invita alla ricerca dell’"essere" delle macchie e l’ipotesi fatta è che queste possano intendersi come facenti parte dell’ambito dell’energia, che si collocano in questo ambito. Ma, forse, con Emiliano Bazzanella ("Echologia", Asterios ed. , 1999, pag. 16-19) potremmo forse dire piuttosto che le macchie abitano nello spazio dell’energia. Potremmo dire che questa visione "echologica" di Bazzanella, pur non negando una concezione più drastica, come è quella ontologica, (il passaggio è dall’"essere" all’"abitare"), può risultare essere certamente di interesse per l’esame del fenomeno di cui oggi ci occupiamo. Bazzanella si rifà al termine "echon" (da cui deriva ecologia). Esso è eminentemente una istanza intransitiva (uno stare, un essere trattenuto)... allude a uno spazio (un intorno, un ambito). Per quanto concerne le macchie in questo contesto potremmo dire che le macchie "abitano" in uno spazio dell’energia (mentre dal anche se, come si direbbe dal punto di vista ontologico, diremmo che l’energia è il loro "essere"). Ma cCome afferma Bazzanella il nucleo problematico dell’echologia non si pone in modo antagonistico rispetto al pensiero ontologico. Possiamo parlare di un rapporto di una co-appartenenza nell’ambito dell’energia (appunto: un rapporto echologico), piuttosto che in un rapporto ontologico, cioè basato su una essenzializzazionegeneralizzazione (?) e generalizzazione.

Possiamo osservare in proposito che questa visione "echologica" di Emiliano Bazzanella, basata sul concetto di "esser parte di" richiama alcune concezioni dell’antropologo Gregory Bateison ("Verso un’ecologia della mente", Adelphi, 1979).

Quanto abbiamo detto delle macchie, in relazione al loro "esser parte di" un campo di forze, di energie, o il loro "abitare" in questo campo, si rifà alla questa concezione ecologica di Bateison, nella quale . Nel suo pensiero prevale la caratteristica della interazione, della "relazionare".

Per quanto riguarda il nostro problema la concezione sopra esposta questo rimanda al un rapporto, a caratterizzare il rapporto la relazione dell’osservatore con le macchie, come caratterizzata appunto da un rapporto relazionale (la relazione, l’"esser parte di" è un concetto primario nell’ecologia).

IL RAPPORTO CON LA SCIENZA

                            "Gli uomini prima sentono senza avvertire poi avvertiscono con l’animo perturbato e commosso

                            finalmente riflettono con la mente pura"

Gian Battista Vico, "La scienza nuova"

(pag. 128)

Quale può essere il rapporto con la scienza, tenendo presente che il compito della scienza consiste nel formulare spiegazioni che si prestano ad essere convalidate o confutate dall’esperienza o dal ragionamento? E cioè anche relativamente a quanto si è detto del rapporto con la filosofia. E’ bene ricordare in premessa che il discorso della scienza mira a spiegare, a stabilire delle relazioni funzionali tra variabili. Ciò significa che un oggetto è compreso quando viene ricollegato al campo di enti a cui appartiene. In questa ottica la domanda è: qual è il "campo" cui appartengono le macchie che avvistiamo?

Possiamo fare l’ipotesi che questo campo sia quello dell’energia, un’ipotesi che può ricondurre il nostro discorso sulle macchie, almeno entro certi limiti, all’ambito della scienza.

Tuttavia dobbiamo tener conto del fatto che anche individuata una spiegazione scientifica di un fenomeno, comunque qualcosa del fenomeno che noi osserviamo resta fuori dalla comprensione perché è legato alla percezione, alla sensibilità dell’osservatore. Tuttavia ciò non significa certamente che un tentativo di approccio scientifico del problema non sia della massima importanza.

Nell’approccio scientifico dovrebbe vigere il "principio di ragione" con le sue quattro determinazioni, che sono le seguenti.

1) Il rapporto del soggetto all’oggetto. Nel nostro caso: cosa significano per il soggetto le macchie? Come si configura l’esistenza delle macchie per il soggetto?

2) Il tempo. Ogni oggetto è dato nel tempo. Nel nostro caso va tenuto presente che le macchie sono date anch’esse "nel tempo". Compaiono e scompaiono in un dato lasso di tempo.

3) Lo spazio. Ogni oggetto si presenta nello spazio . Nel nostro caso: le macchie si presentano in uno spazio all’interno di un orizzonte.

4) La causalità. Ogni conoscenza si rifà alla relazione di causalità tra gli oggetti.

Nel nostro caso: che cosa può causare il manifestarsi delle macchie?

Certo, finora non è stata fornita alcuna spiegazione scientifica delle macchie e comunque bisogna ricordarsi che per pervenire a una spiegazione scientifica è necessaria una visione preliminare, cioè individuare dei presupposti, come afferma, ad esempio, il filosofo Nietzche.

In proposito commenta Marco Vozza ("Rilevanze epistemiologiche ed ermeneutica", Laterza, 1990, pag. 3): "Non esiste scienza priva di presupposti: sia Nietzche che sia Weber convergono su questa affermazione. Decretare l’illusorietà di una scienza priva di presupposti non significa però individuare i limiti soggettivistici e relativistici che possono configurare l’impresa scientifica come inesorabilmente orfana del suo secolare attributo di oggettività. Affermare che la scienza presuppone un altro da sé, un ambito pre-analitico in cui viene elaborato il progetto cognitivo, significa indicare la conditio sine qua non della scienza stessa: ossia non si dà scienza senza presupposti".

Si tratta, dunque anche nel nostro caso, di indagare sulla possibilità di formazione di tali "presupposti", di individuare l’articolazione di un sistema di "rilevanze" che si ponga come origine consapevole ed esplicita, come condizione di possibilità dell’indagine empirica. I nostri presupposti possono essere rintracciati, nella possibilità che si traducano in come si è ipotizzato più sopra nell’esistenza di forme di energia.

Comunque nella nostra ricerca non dobbiamo farci scoraggiare dal fatto che legato alla scienza è il concetto del "poter misurare". il concetto di misurabile (di quantizzabile). Infatti Tuttavia la scienza non riguarda solo il misurabile, il quantizzabile, riguarda anche il tentativo di soluzione di problemi dove il misurabile e il quantizzabile hanno il loro peso, senza che peraltro si presuma una riduzione della scienza ad essi. Ovviamente nel caso delle macchie il misurabile e il quantizzabile costituiscono un problemavengono meno.

Il tentativo di un auspicabile rapporto con la scienza può venire anche inteso come un tentativo di "secolarizzazione" del fenomeno. E’ questo un approccio proprio del non credente, del laicista. Nel tentare un rapporto con la scienza viene meno un tipo di credenza acritica, occorre non accettare delle "certezze".

Comunque Auspicare un approccio "scientifico" significa anche adottare un modo di pensare capace di liberarsi dalla rigidità di certe concezioni che si basano su una difesa indiscussa di certe credenze. Quello che per l’ufologia tradizionale sembra certo (il DAE – dischi volanti, astronavi, extraterrestri) nell’approccio scientifico diviene solo ipotetico, problematico.

Va tenuto presente peraltro che lL’ipotesi che facciamo di pensare ad un approccio scientifico implica il limitarsi al solo aspetto "denotativo" del fenomeno, escludendo aspetti "connotativi", che comunque peraltro sono presenti nell’osservazione delle macchie. Occorre infatti tener conto degli aspetti dell’ambito emotivoi coinvolti nel fenomeno e dell’ambito estetico che inevitabilmente è presente.

Ciò non toglie affatto l’importanza di mirare a un approccio scientifico, tra l’altro perché, come sosteneva ad esempio il filosofo L. Geymonat ("Lineamenti di filosofia della Scienza") l’approccio scientifico "ci libera da un mondo acritico di credenze", e inoltre stimola alla ricerca di cause, alla ricerca di un perché, di una spiegazione, di una ragione ci spinge a tentare una problematizzazione dell’esperienza.

IL RAPPORTO CON LA LINGUISTICA

"Ha letteralmente più senso dire che c’è una lingua che parla in noi piuttosto che

dire noi parliamo la lingua"

H. G. Gadamer, "Verità e metodo",

Mursia, 1972, n. 529

Forse possiamo affermare che le macchie nei riguardi dell’osservatore, parlino un loro linguaggio ed è un linguaggio allusivo, che dice e non dice, che trova ascolto nel nostro inconscio, in quella parte della nostra vita che si svolge nell’oscurità.

Potremmo forse parlare di un linguaggio che cerca di "dire altrimenti", un linguaggio metaforico. Un linguaggio che ha a che fare con l’invisibile che circonda il visibile.

In qualche misura sembra importante lasciar parlare "le cose" (nel nostro caso le macchie) non sovrapporre imporre alle macchie un punto di vista prestabilito che determina in anticipo ciò di cui le macchie ci debbono parlare.

Quello delle macchie è solo un linguaggio per "accenni", per segni. Possiamo forse dire che una macchia luminosa nel cielo, è un simbolo (un sintomo) di qualcos’altro non precisato. Ma per interpretare il simbolo (il sintomo) c’è bisogno di un "interpretante" come diceva il il filosofo (e linguista) C.S. Peirce ("Semiotica", Einaudi, 1980 e "Le leggi dell’ipotesi", Bompiani, 1984).

Nel segnale divino c’è un aspetto di fascinazione e un aspetto di minaccia. Il "fascinans" e il "tremendum". C’è anche l’indicazione di un sovrappiù di potenza, di un trasbordante, di un eccedente, di un inquietante. I segnali divini svolgono una funzione allo stesso tempo indicativa, informativa ed emotiva.

Per quanto riguarda l’aspetto emotivo potremo ricordare che lo psicoanalista Ignazio Matte Blanco definisce questa dimensione come "simmetrica". Nella coscienza emozionale dell’osservatore la macchia può essere pensata come immagine proiettata del soggetto che rivive nella macchia i suoi problemi interiori, si sente in corrispondenza simmetrica con la situazione che lo condiziona, lo influenza. Parla di sé ed è parlato nello stesso tempo.

E’ da tener presente che il simbolo non è soltanto uno strumento per significare, ma è anche un modo di significare (Cassirer, "Filosofia delle forme simboliche", La Nuova Italia, 1966), capace di oggettivare un vissuto emotivo, esistenziale. Il simbolo è "sovrasignificante", "sovradeterminante", "trasbordante". Il simbolo dà "da pensare" per usare un’espressione del filosofo P. Ricoeur ("Finitudine e colpa" Marietti, pag. 622). In questo senso certamente possiamo dire che le macchie "ci danno da pensare", "ci invitano a riflettere" non solo sul nostro mondo esteriore ma anche sul nostro mondo interiore.

IL RAPPORTO CON LA PSICOANALISI

                          "i Malesi si raffigurano l’anima come un ometto quasi interamente invisibile e della grandezza di un pollice che corrisponde esattamente in forma proporzionale e anche in colore all’uomo nel cui corpo risiede"

                          (J.C. Frazer, "Il Ramo d’oro", Torino, 1973, vol. 1, pag. 282)

                          "L’attività inconscia dello spirito consiste nell’imporre delle forme a un contenuto"

                          (C. Levis Strauss, "Anthropologie structurale", pag. 28)

Partiamo col chiederci: le macchie che noi vediamo sono proprio i dischi volanti, le astronavi occupate da extraterrestri, oppure, magari, sono delle rappresentazioni dei nostri fantasmi interni che semplicemente proiettiamo fuori di noi? Magari rimandano ai nostri desideri di comunicare con altri mondi, altri esseri. Magari nelle macchie c’è qualcosa di rimosso del nostro inconscio.

In questa ipotesi, la psicoanalisi ci può aiutare a capire ciò che è nascosto, rimosso nel nostro inconscio.

C’è anche da porsi la domanda: esistono in noi delle energie che ci muovono nel nostro interno e che magari noi rimuoviamo, reprimiamo?

Si tratta di quelle energie che nella psicoanalisi di Freud sono rappresentate come pulsioni (e negli studi del filosofo Nietzche sono rappresentate come "volontà di potenza").

E’ probabilmente necessario andare al di là di una descrizione apparente del fenomeno delle macchie (data per "vera a priori") ed anche guardare al fenomeno esteriore come se fosse una proiezione del fenomeno interiore.

Ecco perché è importante prendere in considerazione un rapporto con la psicoanalisi. Questo rapporto può aiutarci a vedere nel noto, nell’esteriore, qualche traccia dell’ignoto, dell’interiore (che lo sguardo superfiale non vede). Si tratta di far emergere l’impensato come una esperienza di pensiero non assoggettata al sapere costituito, . Ma a questo fine può essere utile ignorare ciò che si sa, o si presume di sapere.

Lo psicoanalista Jacques Lacan affermò: "Ciò che lo psicoanalista deve sapere: ignorare ciò che sa".

Consideriamo dunque per ipotesi che la macchia possa essere in noi come energia rimossa e che occorra far emergere questo impensato.

Sappiamo che le macchie sotto i nostri occhi nascondono qualcosa, qualcosa di invisibile: nascondono l’invisibilità del visibile, qualcosa di molto prossimo a una forma di energia sconosciuta. La psicoanalisi ci insegna che per l’uomo niente è più sconosciuto, più estraneo, di quanto gli giunge dal suo intimo. E’ l’idea che la cosa più vicina sia anche la più lontana, la cosa più vicina sia anche la più estranea.

I dischi volanti, le astronavi, che sono così lontani da noi, sono forse invece ciò che (magari sotto forma di fantasmi) è più vicino, ciò che sta dentro di noi nel nostro inconscio, l’espressione del desiderio di i comunicare con altri mondi. E a monte di tutto c’è sempre una energia che non conosciamo, una cosa vicina ma ignota.

Possiamo pensare all’inconscio come sinonimo di "io sento", "io capisco", "io intuisco", di qualcosa cioè di legato alla pulsione, alla sua energia interiore. La pulsione (l’energia pulsionale), la volontà di potenza ci porta oltre, ci aiuta a superare degli ostacoli.

Ecco perché possiamo dire che le macchie ci pongono il problema del ricorso alla psicoanalisi. E invitano a non accettare una visione chiusa, solo esteriore, già confezionata del fenomeno.

Il ricorso alla psicoanalisi ci aiuta anche a dire no al linguaggio che ritiene di aver raggiunto la verità, ma soprattutto ci invita a confrontarci con l’inconscio che ci abita, con l’"altro" che ci abita, ci invita a non agire solo nella sfera del conscio, ma anche a tener conto dell’inconscio (ciò che non si lascia conoscere, la struttura interiore).

L’osservatore (il "soggetto osservatore") deve confrontarsi sia con l’inconscio che con il conscio: deve trovare un punto di accordo tra l’immagine interiore ed esteriore, tra interiorità ed esteriorità.

Nel rapportarci con la psicoanalisi, ci troviamo a dover riflettere sull’ordine dei desideri e sul peso che questi hanno nell’interpretazione delle macchie. Infatti aspettative, attese, emozioni influiscono sulla percezione.

Freud individua nel desiderio, il motore fondamentale dell’immaginario umano. Jung propone di aggiungere alla dinamica dell’immaginario il "motore" costituito dal "progetto" che può riguardare la ricerca della verità, la quale si nasconde dietro il fenomeno.

L’approccio freudiano ritiene che la simbolizzazione sia il risultato della repressione dei desideri, mentre l’approccio junghiano ritiene di dover considerare oltre all’esistenza di un inconscio personale, come quello pensato da Freud, anche all’esistenza di un inconscio universale collettivo. Un inconscio che contiene immagini che concernono non solo esperienze passate (che sono state represse, rimosse), ma anche esperienze future che non sono state ancora messe in relazione con l’inconscio ma che possono considerarsi nel cammino di questo sviluppo.

In questa ottica l’inconscio non è solo il "rimosso", come direbbe Freud, ma anche ciò che è "ancora da venire", come ritiene Jung.

Il rapporto alla psicoanalisi ci invita a non basarsi su delle certezze, delle verità predeterminate.

Le macchie in questo quadro possono essere percepite come simboli di ciò che non si conosce (nel simbolo c’è una tensione verso lo sconosciuto).

Per quanto riguarda le macchie occorre tener conto sia delle caratteristiche costanti (delle somiglianze) relative a ciò hanno in comune tra loro (potremmo dire: la loro "langue", così si esprimerebbe il linguista) ma anche di quelle caratteristiche che presentano sempre qualcosa di diverso tra loro (potremmo citare ancora il linguista per dire: la loro "parolea"). Perché nel fenomeno macchia ci sono aspetti caratteristici comuni, c’è una "struttura" in comune (ripetitiva, che rimanda all’eternità), ma c’è sempre anche qualcosa di nuovo, di diverso, di irripetibile (che rimanda alla contingenza).

Ma torniamo per un momento al pensiero di Jung, secondo cui il soggetto trasferisce su un oggetto dei contenuti impersonali, che appartengono agli elementi strutturali della psiche dell’inconscio collettivo. A questo riguardo si può ritenere che i desideri di comunicare con altri mondi, con gli extraterrestri non sono solo costruzioni proprie di un soggetto individuale ma anche di un soggetto collettivo.

Jung dunque ci fa pensare alle macchie come a dei simboli, e secondo la sua concezione: "Un simbolo non comprende e non spiega, ma accenna, al di là di se stesso, a un senso ancora trascendente, inconcepibile, oscuramente intuito, che le parole del nostro linguaggio non potrebbero adeguatamente esprimere".

Potremo forse ipotizzare che la psicoanalisi ci mette in contatto anche con un mondo non pensato dove le macchie rispecchiano degli aspetti della nostra interiorità, dei nostri desideri, dei nostri fantasmi.

COSA POSSONO ESSERE LE MACCHIE

"L’imperatore è nudo – grida il bambino nella famosa favola di Andersen – I sarti erano degli impostori, avevano lasciato credere che solo gli sciocchi sarebbero stati in grado di vedere gli abiti da loro cuciti. L’imperatore, pavoneggiandosi per le strade, stava mentendo sapendo di mentire. Nessuno osava dire la verità per paura di essere additato al disprezzo degli altri. Il bambino invece, non ha niente da perdere – nemmeno il potere di un imperatore gli fa paura. Per lui è più spontaneo denunciare che tacere"

                      (Domenico Corradini, "Transiti", Angeli, 1978)

                       

                      "La profondità è fatalmente condannata a convertirsi in superficie se vuole manifestarsi"

                      (Ortiga Y Gasset, "Meditazione del Chischotte", Guida, 1986, pag. 40)

                       

                      "Non vedi niente lì?" chiede Amleto alla madre. Proprio niente, risponde la regina. E poi era nientemeno che lo spettro del re morto, padre di lui ed ex marito di lei"

                      (Massimo Carboni, "Non vedi niente lìdi", Castellucci, 1999)

                       

Il fenomeno che ci interessa sono le macchie, le tracce che vediamo a volte nel cielo, tracce, macchie luminose di notte e scure di giorno. E’ questo fenomeno che dà il nome all’ufologia.

Bisogna subito dire che la macchia non è probabilmente qualcosa di semplice, come potrebbe sembrare a prima vista. Il "dato" (macchia o traccia) è probabilmente in realtà un un "ricostruito".

O forse potremmo ipotizzare che la macchia non sia una realtà semplicemente presente che rimanda a un’altra realtà preesistente fuori di essa. In realtà l’apparente semplicità e immediatezza è probabilmente l’esito di una certa serie di mediazioni.

Le principali sono tra cielo e terra e tra eterno e contingente.

CIELO

ETERNO CONTINGENTE

TERRA

La macchia ospita al suo interno la "non presenza", cioè il rimando ad altro, il che significa che non possiamo pensare alla macchia senza un rimando a qualcosa d’altro, non possiamo pensare ad una purezza di significato totalmente preesistente fuori dal movimento verso altri (la psicoanalisi suggerisce un riferimento a se stessi, alle macchie come legatae a riflessi del nostro inconscio e si riferisce quindi a forme di energia interiore). Ma certo sono da prendere in considerazione anche i riferimenti anche riferimenti in rapporto al mondo esteriore.

C’è da chiedersi dunque se possiamo pensare ad una spiegazione dell’origine.

E’ anche bene tener presente che le macchie dissimulano mentre "danno a vedere" e nascondono, mentre "mettono in luce". Danno a vedere il loro volto luminoso ma lo rendono in qualche modo invisibile. La visibilità rende invisibile la sua stessa natura e c’è sempre il rischio che la "singolarità" propria di ogni macchia venga cancellata attraverso una generalizzazione. Potremmo riferirci all’immagine di un albero che può essere collegato al contesto di un bosco. Il contesto può in qualche modo oscurare il fatto singolo.

Questo atteggiamento può essere pensato anche come un alone, entro cui le macchie si collocano e che le influenza e le caratterizza.

La dimensione profonda delle macchie si manifesta solo per il tramite della superficie, cioè di quanto appare in superficie (ad es. l’energia che si manifesta attraverso la luce).

Forse potremmo dire che la macchia si mostra nascondendo la sua origine, e "si dà" nascondendosisi alla sua origine.

Quanto sopra implica una dialettica di nascondimento/svelamento. Potremmo forse anche dire che l’osservatore si trova in presenza di un "rifiutarsi della verità della macchia" in quanto il vero essere della macchia tende a sfuggire.

Comunque, di fronte alla macchia non possiamo non porci la domanda: qual è il potere di "far accadere" la macchia. Possiamo mirare a una comprensione soddisfacente dell’accadere della macchia? E quindi alla comprensione del "produrre", del "provocare" che è legato alla macchia

Ma la domanda che ritorna è sempre: qual è l’essenza della macchia? E più in generale: qual è l’essenza del fenomeno?

Sappiamo bene che la macchia è l’"ente" che percepiamo. Il problema è che il senso dell’ente per lo più resta nascosto. Con un linguaggio "filosofico" si potrebbe dire che il senso (e il fondamento) dell’ente che noi cerchiamo è l’essere dell’ente. Cos’è allora il "se" della macchia?

Il trovarsi di fronte a una macchia crea una tensione che si sviluppa nell’interrogarsi sulla macchia. Il "SE" della macchia non può essere determinato come una mera realtà sperimentale. Ma implica una apertura ad altro, il "se" delle macchie è in rapporto con qualcosa che non si manifesta, che non si da’ in presenza, nel senso che non è a nostra disposizione, che non dipende da noi.

Più in alto della realtà sta la possibilità, più in alto della dinamis sta l’energia (dice Aristotele: si tratta del passaggio dall’"essere in potenza" all’"essere in atto". L’essere impotenza dell’energia è l’essere in atto della luce.

Peraltro possiamo anche pensare alla macchia come a un fatto, così come si presenta e non come altro che si vorrebbe che fosse. Un fatto in sé di cui non conosciamo le cause. E ancora, possiamo pensare alle macchie come a un fenomeno fuori dell’ordinario, enigmatico, come una di una "patologia" rispetto all’ordinario e anche come a un sintomo di altro che può avere varie significazioni.

Il fenomeno macchia implica per il soggetto un incontro con una sorpresa, suscita il dubbio di poter essere giocato dalle apparenze. La domanda in ultima analisi è la seguente: l’osservatore è in qualche misura parlato" dalle macchie? Che implicanza ciò può avere l’"essere parlato" daelle macchie, sul poter essere concepito come "soggetto". Si tratta, comunque, di possibile condizionamento del condizionare il soggetto, nel senso che il soggetto non è più collocato al centro, ma è decentrato, in quanto influenzato dalle macchie.

Questo ci porta ad interrogarci sull’Dobbiamo dunque tener conto dell’effetto di fascinazione subìto da chi osserva la macchia, per via del suo sentirsi "guardato" dalle macchie, come "interrogato" dalle macchie, nell’assunzione che la macchia sia interpretata come "traccia dell’altro", come "volto esteriore" di qualcos’altro che non consosciamo.

La macchia, dunque, come ciò che rappresenta l’esteriorità di qualcos’altro, una macchia come forma "significante", come forma "espressiva" variamente interpretabile.

L’osservatore ha di fronte a sé il problema del "non sapere", ma forse ancora di più ail problema di "non avere consapevolezza del non sapere". E’ in gioco la questione, dell’inspiegato

Possiamo insomma pensare alla macchia come al volto del fenomeno, un volto da decifrare. E dunque bisogna interpretare il visibile nella sua connessione con l’invisibile.

Si è già accennato al fatto che nell’osservatore la macchia genera scompiglio, comporta qualcosa di un perturbantemento, una paura, di .

Ancora un’altra angolazione da cui guardare alla problematica della macchia che riguarda il fatto che la macchia comporta qualcosa di perturbante, di inquietante. Questo perturbante-inquietante si trova in riferimento a , potrebbe riferirsi a ciò che Freud in psicoanalisi intende con il termine "unheimlich", termine che rimanda all’idea di potenzialità "strapotenza" alimentata deall’estraneo.

Anche il filosofo M. Heidegger ("Introduzione alla metafisica", Mursia, 1968, pag. 159), riprende il termine "unheimlich": "noi comprendiamo l’inquietante [das unheinliche] icome ciò che getta fuori [heraus wirft] dall’intimità [heimlich] cioè dal familiare [heimische] dall’abituale [gewonte], dal comune [gelaussein], dal non pericoloso [undefahrdeten], il non familiare [das unheimische] non ci lascia essere di casa [einheimisch].

Il carattere "unheimlich" delle macchie spinge l’osservatore a confrontarsi con un’estraneità che può condizionarlo.

l’altro, con l’altrove, pur sapendo che accogliere l’altro può mettere in questione la sua libertà. La libertà dell’altro può infatti confliggere con la propria. C’è in questione il problema del concedere ospitalità all’altro.

Affrontando ora il problema nell’ottica della linguistica possiamo pensare alla macchia come a qualcosa, un sintomo, un simbolo, che rimanda sempre ad altro ed è quindi l’indicazione di un’"assenza". Possiamo pensare alla macchia come a un significante, cioè come un campo di possibili significati che rinvia ad altro da sé. E così è ipotizzabile che la

Un’ipotesi che si può formulare è che la "verità" delle macchie possa essere trovata in un campo di energie non conosciute.

’energia che da’ loro vita.

Forse potremmo dire che la "macchia soleggia", illumina qualcosa di non conosciuto. Il modo in cui la macchia si offre al nostro sguardo da’ luogo a un meravigliarsi, che è legato alla maniera in cui la macchia in apparenza "soleggia". A ciò contribuisce il suo carattere di eccezionalità.

Abbiamo cercato di guardare al fenomeno della macchia da più angolature, cercando di andare oltre la visione troppo rigida e ristretta, oltreche troppo animata da certezze come è quella secondo cui le macchie che vediamo si identificano con i dischi volanti, le astronavi, gli extraterrestri. Tale Questa possibilità resta, ma resta solo come ipotesi, non come una certezza.

Ritenere i dischi volanti, le astronavi, gli extraterrestri come certezze, dati acquisiti, significa escludere dal pensiero, dai propri schemi rappresentativi una parte del reale, escludere la possibilità di avanzare altre ipotesi: peròi, questa posizione deve essere superata . Nnell’atteggiamento dell’imanologo, che è mosso dalla speranza del "non ancora", che è stimolato da un "non ancora conosciuto" a cui spera di poter giungere. In altre parole Ll’atteggiamento dell’imanologo cerca di calarsi in una realtà diversa da quella che rende legittima la speranza di poter incontrare qualcosa d’altro, al di là della rappresentazione costituita dai dischi volanti e dalle astronavi.

Si tratta di "oltrepassare"

Pensare, per l’imanologo, deve significare "oltrepassare" tale visione, di sorpassare ciò che nell’ufologia tradizionale sembra dato per scontato, per sembra acquisito. L’imanologo vuole E ciò per guardare avanti, nella convinzione che le idee possano superare le conoscenze esistenti, aprendosi a un orizzonte più ampio.

Ritiene di dover vedere nelle macchie Per l’atteggiamento imanologico le macchie rappresentano il volto di qualcosa di sconosciuto, forse di una forma di energia che finora non abbiamo saputo individuare. si traduce nella dimensione che finora ci è sfuggita. Ci sembra che questa ipotesi valga la , legata alla sfera delle energie, vale la pena di un’indagine, anche in una concreta ottica scientifica (pur tenendo sempre presente anche i limiti di ogni spiegazione scientifica).

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