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"Trieste ha una scontrosa grazia.
Se
piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo
grandi per regalare un fiore, come un amore, con gelosia. »
(Umberto Saba)

Un pò di storia
La
Storia di Trieste ha inizio con il formarsi di un centro abitato di
modeste dimensioni in epoca preromana, che acquisì connotazioni propriamente
urbane solo dopo la conquista e colonizzazione da parte di
Roma.
Dopo i fasti
imperiali
la città decadde a seguito delle
invasioni barbariche,
ricoprendo un'importanza marginale nel millennio successivo. Subì varie
dominazioni per poi divenire un libero comune che si associò alla
casa d'Austria.
Fra il
Settecento
e l'Ottocento
Trieste conobbe una nuova prosperità grazie al
porto franco
e allo sviluppo di un fiorente commercio che fece di essa una delle più
importanti metropoli dell'Impero
d'Austria (poi
Austro-ungarico).
Città cosmopolita, rimasta in età asburgica di lingua italiana ed essa stessa
importante polo di cultura italiana ed europea, fu incorporata al
Regno d'Italia
a seguito della
Grande guerra.
Dopo il
secondo conflitto
mondiale fu per nove anni occupata dalle
truppe anglo-americane. Ricongiuntasi definitivamente all'Italia nel
1954
è passata ad essere, dal
1963,
capoluogo del
Friuli-Venezia Giulia.
Il territorio dove attualmente sorge la
città di
Trieste e il suo
retroterra carsico divennero sede stabile dell'uomo durante il
Neolitico.
A
partire dall'età
del bronzo tardio iniziò
a svilupparsi in regione la
Cultura dei castellieri
da parte di popoli preindoeuropei. Dopo il
X
secolo è documentata la
presenza sul Carso dei primi nuclei di indoeuropei, gli Istri,
che tuttavia, con ogni probabilità, non furono i primi abitatori
della futura Trieste, nonostante la presenza in zona di alcuni
castellieri che essi
stessi avevano edificato. La fondazione del primo nucleo della
romana Tergeste sembrerebbe infatti imputabile al popolo dei
Veneti o Paleoveneti, come testimoniato dalle radici venetiche
del nome (Terg ed Este) e da altri importanti
reperti[2].
Strabone tuttavia, fa risalire la fondazione di Tergeste al
popolo celtico dei
Carni
A
seguito della conquista romana (II
secolo a.C.) la località
divenne municipio di diritto latino con il nome di
Tergeste,
sviluppandosi e acquisendo una netta fisionomia urbana già in
epoca
augustea. Raggiunse la
sua massima espansione durante il principato di Traiano, con una
popolazione che, secondo Pietro Kandler, doveva aggirarsi sui
12.000 - 12.500 abitanti[4].
(solo negli anni sessanta del
XVIII
secolo la città
raggiunse nuovamente la consistenza demografica di età romana).
Nella parte bassa del colle di san
Giusto verso il mare è ancor oggi possibile osservare i resti
della città romana, nonostante le numerose costruzioni moderne
che ne coprono, in parte, la visuale.
Due edifici ci offrono una
chiara testimonianza
dell'importanza
di Trieste in epoca romana: il teatro, della fine del
I
secolo a.C. (ma ampliato
sotto
Traiano), con una
capienza di circa 6.000 spettatori, e la basilica
paleocristiana, edificata fra il
IV
e il
V
secolo, contenente
alcuni superbi mosaici, segno tangibile della ricchezza della
chiesa locale e della città di Tergeste fino a tarda età
imperiale.
Sul
colle di San Giusto sono tuttora visibili alcuni resti dei
templi a Giove e ad Atena. Di quest'ultimo si sono conservate
alcune strutture architettoniche nelle fondamenta della
cattedrale, identificabili dall'esterno grazie ad apposite
aperture nelle pareti del campanile e nel sottosuolo (tramite
accesso dal Museo civico di storia ed arte di Trieste).
Altro monumento romano
mantenutosi in discrete condizioni fino ai giorni nostri è l'Arco
di Riccardo,
antica porta cittadina edificata nella seconda metà del
I
secolo a.C. A
Barcola, Grignano e
altre località della costa sono stati rinvenuti resti di ville
appartenenti al patriziato locale e in massima parte erette nel
I
e
II
secolo.
Importante fu il collegamento
effettuato dall'imperatore Flavio Vespasiano tra Trieste e Pola.
Tuttora rimane il tracciato denominato proprio "Via Flavia".
Trieste possedeva un porto (in zona
Campo Marzio) e una serie di scali di modeste dimensioni lungo
il litorale: sotto il promontorio di San Vito; a Grignano, in
prossimità di alcune ville patrizie; a Santa Croce, ecc.). Il
fabbisogno idrico della città era all'epoca soddisfatto da due
acquedotti: quello di
Bagnoli e quello di San Giovanni di Guardiella.
Dalle invasioni barbariche a libero comune
Dopo l'anarchia che
paralizzò l'intera regione alla caduta dell'impero
d'Occidente, Trieste
fece parte prima del Regno di
Odoacre, poi di quello
di
Teodorico. Nel corso
della
guerra
gotica fu occupata da
Giustiniano I, che ne
fece una colonia militare
bizantina. Pochi anni
più tardi la città fu distrutta dai
Longobardi (nel
568,
al momento della loro invasione, o, più
probabilmente,
nel
585[5][6]).
Riedificata nei decenni successivi, ma ormai fortemente
ridimensionata sotto il profilo demografico, passò ai
Franchi (788),
la cui sovranità fu riconosciuta dagli imperatori bizantini
nell'812.
Nel
948
Lotario II d'Italia
conferì al vescovo Giovanni III e ai suoi successori il governo
della città che passò a godere da quel momento di un'ampia
autonomia, pur conservando vincoli feudali con il
Regno
d'Italia.
Durante tutta l'età
vescovile la città fu costretta a difendersi dalle mire
espansionistiche dei potenti
Patriarchi di Aquileia,
di
Venezia e,
successivamente, dei
conti
di Gorizia. Il governo
vescovile entrò in crisi attorno alla metà del
Duecento: le incessanti
guerre e liti, soprattutto con
Venezia, avevano infatti
svuotato le arche cittadine, costringendo i vescovi a disfarsi
di alcune importanti prerogative legate a diritti che vennero
venduti alla cittadinanza. Fra questi ultimi, il diritto di
giurisdizione, di riscossione delle decime e di emissione di
monete. Si sviluppò pertanto un'amministrazione civile, dominata
dai maggiorenti della città, che gradualmente si sostituì a
quella ecclesiastica. Tale processo culminò nel
1295,
allorquando il vescovo Brissa de Toppo rinunciò formalmente alle
sue ultime prerogative e cedette il governo di Trieste alla
comunità cittadina, costituitasi, anche ufficialmente, in
libero
comune.
Trieste e gli Asburgo: da libero comune a porto internazionale
Stemma
di Trieste
austro-ungarica
Inserimento nell'orbita austriaca
Divenuta
libero comune, Trieste dovette affrontare nuove
e più poderose pressioni, sia di natura militare
che economica, da
Venezia,
che ambiva ad assumere una posizione egemonica
nell'Adriatico.
La sproporzione in termini demografici,
finanziari e militari fra le due città
lasciavano presagire per Trieste un futuro
inserimento nell'orbita veneta con la
conseguente perdita delle propria
indipendenza
come era già accaduto precedentemente per molti
centri
istriani
e
dalmati.
Nel
1382,
un ennesimo contenzioso con la
Serenissima
la spinse a porsi sotto la protezione del Duca
d'Austria che si impegnò a rispettare e
proteggere l'integrità e le libertà civiche
della città (queste ultime furono
ampiamente ridimensionate a
partire dalla seconda metà del
XVIII secolo).
Creazione del porto franco e sviluppo della
città
Nel
1719
Carlo VI
d'Austria
creò a Trieste un
porto franco
i cui privilegi vennero estesi, durante il regno
del suo
successore,
prima al Distretto Camerale (1747),
poi a tutta la città (1769).
Dopo la morte dell'imperatore (nel
1740)
salì al trono la giovane
Maria Teresa
d'Austria
che grazie ad una
attenta
politica economica permise alla città di
diventare uno dei principali
porti
europei
e il massimo dell'Impero.
In età teresiana il governo
austriaco
investì capitali consistenti nell'ampliamento e
nel potenziamento dello scalo. Fra il
1758
e il
1769
furono approntate opere a difesa del molo e
venne eretto un forte. Nelle immediate vicinanze
del porto sorsero la
Borsa
(all'interno del Palazzo municipale, attorno al
1755),
il Palazzo della Luogotenenza (1764),
oltreché un grande magazzino e il primo
cantiere
navale
di Trieste, noto come lo squero di san Nicolò.
In quegli anni iniziò ad essere edificato un
intero quartiere, che dell'imperatrice porta
ancora il nome, per ospitare una popolazione che
in città era in crescente aumento e che alla
fine del secolo avrebbe raggiunto i 30.000
abitanti circa,[7]
sei volte superiore a quella presente un
centinaio di anni prima. Il notevole sviluppo
demografico della città fu dovuto, in massima
parte, all'arrivo di numerosi immigrati
provenienti per lo più dal bacino adriatico
(istriani, veneti, dalmati, friulani, sloveni)
e, in minor misura, dall'Europa continentale
(austriaci, ungheresi) e balcanica (serbi,
greci, ecc.).
Trieste
fu occupata per tre volte dalle truppe di
Napoleone,
nel
1797,
nel
1805
e nel
1809,
quando fu annessa alle
Province
Illiriche;
in questi brevi periodi la città perse
definitivamente l'antica autonomia con la
conseguente sospensione di status di
porto franco. Ritornata agli
Asburgo
nel
1813
Trieste continuò a svilupparsi, anche grazie
all'apertura della ferrovia con
Vienna
nel
1857.
Negli anni sessanta dell'Ottocento fu elevata al
rango di capoluogo di Land nella regione
del
Litorale
Adriatico
( Adriatiche Kusteland). Successivamente
la città divenne, negli ultimi decenni dell'Ottocento,
la quarta realtà urbana dell'Impero
Austro-Ungarico
(dopo
Vienna,
Budapest
e
Praga).
Lo sviluppo commerciale
e industriale della città nella seconda metà del
XIX secolo
e nel primo quindicennio del secolo successivo
(30.000 addetti al settore secondario nel
1910)
comportò la nascita e lo sviluppo di alcune
sacche di emarginazione sociale. Trieste
presentava all'epoca una elevata mortalità
infantile, superiore a quella delle città
italiane e uno fra i più alti tassi di
tubercolosi a livello europeo.[8]
Si approfondiva inoltre sempre più la frattura
fra il contado, popolato soprattutto da sloveni,
e la città, di lingua e tradizioni italiane.
Gruppi etnici e linguistici in età asburgica
In
età medievale e fino al
principio del
XIX secolo
a Trieste si parlava il
tergestino, un dialetto di
tipo
retoromanzo.
Unico idioma scritto con
carattere di ufficialità e
lingua di cultura, fu invece,
durante quasi tutta l'età
medievale, il
latino,
cui si affiancò, alle soglie
dell'età moderna (XIV
e
XV secolo),
l'italiano
(parlato, come lingua madre, da
un'esigua minoranza di
triestini) e, successivamente
(dalla seconda metà del XVIII
secolo), anche il
tedesco,
che però restò circoscritto
entro un ambito prettamente
amministrativo. Dopo la
costituzione del porto franco e
l'inizio del grande flusso
migratorio che, iniziato nel
Settecento, si intensificò
ulteriormente nel secolo
successivo (con una netta
predominanza di
Veneti,
Dalmati,
Istriani,
Friulani
e
Sloveni),
il tergestino perse gradualmente
terreno a favore sia
dell'italiano che del
veneto.
Se il primo si impose
soprattutto come lingua scritta
e di cultura, il secondo si
diffuse, fra gli ultimi decenni
del
Settecento
e i primi dell'Ottocento
come una vera e propria
lingua franca
a Trieste. Fra le
minoranze
linguistiche acquistò un
notevole peso in città nella
seconda metà del
XIX secolo,
quella slovena (presente nel
Carso
triestino fin da epoca
medievale), che alla vigilia
della
prima guerra mondiale
rappresentava circa la quarta
parte della popolazione totale
del Comune.
Grazie
al suo stato privilegiato di
unico porto commerciale di una
certa importanza dell'Austria,
Trieste continò sempre a
mantenere nei secoli stretti
legami culturali e linguistici
con l'Italia.
Infatti, nonostante la lingua
ufficiale della burocrazia fosse
il tedesco, l'italiano, già
lingua di cultura fin da epoca
tardomedievale, si impose
nell'ultimo periodo di sovranità
asburgica, in tutti i contesti
formali, compresi gli affari
(sia in Borsa che nelle
transazioni private),
l'istruzione (nel
1861
fu aperto dal Comune un ginnasio
italiano che si affiancò a
quello preesistente
austro-tedesco), la
comunicazione scritta (la gran
maggioranza delle pubblicazioni
e dei giornali erano redatti in
italiano), trovando un suo
spazio persino nel
consiglio comunale
(la classe politica triestina
era in massima parte italofona).
Veniva spesso parlato, insieme
al veneto e ad altre lingue,
anche in contesti informali.
Pietro Kandler riporta, nella
sua Storia di Trieste,
che:« A
Trieste la nobiltà parla il
Tedesco, il popolo l'Italiano,
il contado lo Sloveno »
L'unione al Regno d'Italia
L'irredentismo,
la Grande guerra e il passaggio
all'Italia
Trieste
fu, con
Trento,
un centro di
irredentismo,
movimento che aspirava
all'annessione all'Italia di
tutte quelle terre abitate da
secoli da popolazioni di cultura
italiana (o ad essa
assimilabile) ma che ancora non
facevano parte dell'Italia
d'allora (terre "irredente"
appunto). Primo martire di tale
movimento è considerato un
triestino,
Guglielmo Oberdan,
che, per aver ordito un
complotto per uccidere
l'imperatore d'Austria
Francesco Giuseppe
(mai realizzato), fu processato
ed impiccato nella sua città
natale il
20 dicembre
1882.
La
Lega Nazionale,
fu la massima organizzazione
triestina di carattere privato
del tempo; considerata dalle
autorità austriache vicina al
movimento irredentista italiano,
arrivò a contare 11.569 soci nel
1912[10].Allo
scoppio della prima guerra
mondiale, 1041 patrioti tristini
si rifiutarono di combattere
sotto le bandiere
austro-ungariche e, subito dopo
l'entrata in guerra dell'Italia
contro gli Imperi centrali, si
arruolarono nel
regio esercito.
Fra i 182 volontari che persero
la vita nel corso del conflitto[11],
ricordiamo gli scrittori e
intellettuali
Scipio Slataper,
Ruggero Timeus
e Carlo Stuparich, fratello del
più noto
Giani.
Lo
scrittore Scipio Slataper caduto
sul fronte dell'Isonzo (1915)
Nel
novembre
1918,
al termine della
prima guerra mondiale,
Trieste fu unita all'Italia.
L'annessione formale della città
e della Venezia Giulia avvenne
però solo due anni più tardi,
fra il novembre
1920
e il gennaio
1921
(allorquando questa divenne
effettiva). Con l'annessione,
l'importanza della metropoli
giuliana venne alquanto
ridimensionata: Trieste si trovò
ad essere città di confine con
un hinterland molto più
limitato che in passato. Il suo
porto aveva inoltre perduto il
potenziale bacino di utenza che
ne aveva determinato lo sviluppo
e che era costituito dall'intero
Impero Austro-ungarico,
entità statuale dissoltasi
definitivamente. Per paliare,
almeno parzialmente, tale
situazione, lo stato italiano
mise in atto nei confronti della
città e della sua
provincia
una politica di economia
assistita che, avviata
dall'ultimo governo di
Giovanni Giolitti
(1920-1921),
si protrasse durante tutto il
periodo fascista (1922-1943).
Il fascismo
Lo sviluppo del fascismo a
Trieste fu precoce e rapido. Nel
maggio
1920
si costituirono in città le
prime Squadre volontarie di
difesa cittadina, nuclei di
squadristi fascisti al comando
dell'ufficiale di marina Ettore
Benvenuti. Nel giugno successivo
veniva aperta la sede dell'
Avanguardia studentesca
triestina, anch'essa di
chiara ispirazione fascista. In
tali organizzazioni vennero
reclutati gli squadristi che
13 luglio
del
1920
presidiarono l'Hotel Balkan[12],
dove si era radunata una
manifestazione antislava, in
risposta a un attentat o
contro le truppe italiane di
stanza a
Spalato.
L'attentato aveva causato due
vittime fra i militari del
regio esercito
cui era seguita, a Trieste,
l'uccisione di un cuoco iscritto
al fascio di combattimento[13].
Durante i disordini, furono
probabilmente gli stessi
squadristi ad appiccare fuoco
all'edificio[14],
mostrando «...con le
fiamme...che ben si possono
scorgere da diversi punti della
città, la forza del fascismo in
attesa»[15]
Nel
dicembre 1920 il fascismo apriva
in città un suo giornale, Il
popolo di Trieste che iniziò
a propagare l'idea che il crollo
del decrepito e anacronistico
Impero austro-ungarico
offriva finalmente la
possibilità, ai triestini e ai
giuliani in generale, di
svolgere una funzione importante
nell'Adriatico e nei Balcani, in
chiave imperialista. Sensibili a
tale richiamo furono
«industriali in pericolo,
borghesi dall'avvenire incerto,
ufficiali smobilitati, studenti
inquieti, popolani ambiziosi»[16]
Le elezioni del 1921
videro
a Trieste una notevole
affermazione della coalizione
fascista (il Blocco italiano)
che ottenne circa il 45% dei
voti totali. Non c'è pertanto da
stupirsi se, all'indomani della
marcia su Roma (28
ottobre
1922)
l'occupazione di alcuni edifici
pubblici della città da parte
degli squadristi locali
capitanati da
Francesco Giunta,
avvenne con il beneplacito delle
autorità. Qualche giorno più
tardi sfilò per le vie di
Trieste un corteo di fascisti,
accompagnati da un reparto di
"cavalleria fascista". Era
iniziato, anche per la città
giuliana, il
ventennio nero.
A seguito delle fiamme seguirono
varie esplosioni probabilmente
dovute ad un deposito di armi
presente nel Balkan.
Con
l'avvento del fascismo venne
inaugurata, a Trieste e in
Venezia Giulia, una politica di
snazionalizzazione delle
minoranze cosiddette allogene.
A partire dalla metà degli anni
venti si diede l'avvio
all'italianizzazione dei
toponimi e dei cognomi, nel
1929
l'insegnamento in sloveno e in
altre lingue slave venne
definitivamente bandito da tutte
le scuole pubbliche cittadine di
ogni ordine e grado e poco più
tardi furono sciolte tutte le
organizzazioni slovene.
L'obiettivo, come era accaduto
in altri stati europei del
tempo, era quello di assimilare
forzosamente i gruppi etnici
minoritari in spregio alla
propria cultura e tradizioni.
Tale politica, unitamente alle
azioni antislave degli
squadristi, spesso costellate da
morti e da feriti, ebbero
gravissime ripercussioni sui
delicati rapporti interetnici.
Le organizzazioni
indipendentiste e terroriste
slovene, fra cui il
TIGR
e la Borba, reagirono
agli assassinii perpetrati dai
fascisti con altrettanta
brutalità: si moltiplicarono gli
atti di resistenza armata e si
verificarono
azioni violente contro gli
esponenti del regime fascista e
i membri delle forze dell'ordine
o, in alcuni casi, anche contro
semplici cittadini.
Nel
1930
si produssero a Trieste due
attentati ad opera del TIGR:
quello al Faro della Vittoria e,
ben più grave, quello alla
redazione de Il Popolo di
Trieste, che causò la morte
dello stenografo Guido Neri e il
ferimento di tre persone. Gli
accusati, tutti slavi, vennero
processati dal
Tribunale speciale per la difesa
dello Stato
trasladato per l'occasione da
Roma a Trieste (primo
processo di Trieste). Il
processo si concluse con una
condanna esemplare: a quattro
imputati venne comminata la pena
di morte (Ferdo Bidovec, Fran
Marušič, Zvonimir Miloš e
Alojzij Valenčič) e furono
fucilati a Basovizza il
6 settembre
1930,
mentre ad altri dodici vennero
inflitte varie pene detentive.
Nel
dicembre
1941,
a guerra già iniziata, fu
celebrato, sempre a Trieste, un
secondo processo dal Tribunale
speciale per la Difesa dello
Stato contro nove membri del
TIGR (sloveni e croati) che
furono accusati di terrorismo e
spionaggio. Cinque di loro (Pinko
Tomažič, Viktor Bobek, Ivan
Ivančič, Simon Kos e Ivan Vadnal)
furono giustiziati a Opicina,
gli altri imprigionati. Con
questo secondo processo
l'organizzazione terrorista
venne per sempre annientata.
L'entrata in guerra dell'Italia
a fianco della Germania nazista,
nel giugno 1940, comportò per
Trieste, come per il resto
d'Italia, lutti e disagi di ogni
tipo, che si acuirono negli anni
successivi, con il protrarsi del
conflitto. L'aggressione
italo-tedesca alla Jugoslavia,
nella primavera del
1941,
riaccese inoltre la resistenza
slovena e croata in Venezia
Giulia, soprattutto a partire
dal
1942.
Gli eventi bellici, e, in taluni
casi, una deliberata politica
terroristica delle truppe di
occupazione tedesche e italiane
nei confronti delle popolazioni
slovene e croate soggette al
loro dominio (villaggi bruciati,
decimazioni, uccisioni
indiscriminate di civili),
unitamente all'apertura di campi
di concentramento per slavi
nello stesso territorio italiano
in cui persero la vita migliaia
di innocenti, approfondirono
ulterirmente il solco d'odio
interetnico che il fascismo
aveva contribuito ampiamente a
creare. Tale odio non fu
estraneo alla tragedia che
sarebbe stata vissuta dalla
città di Trieste e dall'intera
Venezia Giulia durante e dopo la
seconda guerra mondiale.
Fin
dall'estate del 1942 si ebbe una
recrudiscenza della violenza
squadrista nella città giuliana
che si protrasse fino alla
caduta del Regime (25
luglio
1943).
Il segretario del fascio locale,
il moderato Gustavo Piva, fu
sostituito dal fascista
oltranzista Giovanni Spangaro,
che godeva dell'incondizionato
appoggio, a Roma, dal segretario
generale del
PNF,
il triestino
Aldo Vidussoni.
Violenze contro slavi e
antifascisti italiani si
intensificarono sia a Trieste
che nella sua provincia,
talvolta con
conseguenze
mortali (a Cossana due contadini
vennero trucidati). Il
30 giugno
1942
si costituì a Trieste un
Centro per lo studio del
problema ebraico, su
imitazione di quello romano, e
il 18 luglio successivo fu
assalita e danneggiata
gravemente la
sinagoga,
già presa di mira un anno prima.
Nei mesi che seguirono i
fascisti devastarono anche molti
negozi di ebrei e slavi, senza
però riuscir mai a coinvolgere
in tali azioni di teppismo
politico la cittadinanza
triestina, stanca delle violenze
squadriste. Nel 1942 iniziò a
funzionare anche l'Ispettorato
Speciale di Pubblica Sicurezza
per la Venezia Giulia
con sede in una palazzina di via
Bellosguardo, che ben presto si
convertì in un luogo di torture
e di morte per antifascisti o
supposti tali. Conosciuta come
Villa Triste,
fu l'antesignana di tante altre
Ville Tristi italiane che
da essa presero il nome.
L'occupazione tedesca
Pochi
giorni dopo l'armistizio
di Cassibile
(i cui conenuti furono diffusi
per radio l'8
settembre
1943)
Trieste fu occupata dalle truppe
tedesche. Pur non essendo
formalmente annessa al
Terzo Reich,
entrò a far parte della
Zona d'Operazione del Litorale
Adriatico,
che comprendeva le province di
Trieste,
Gorizia,
Pola,
Fiume,
Udine
e
Lubiana
con a capo il
gauleiter
austriaco
Friedrich Rainer.
Rainer permise in città la
ricostituzione di una sede del
PFR,
diretta dal federale Bruno Sambo,
la presenza di un modesto
contingente di militari italiani
al comando del generale della
GNR
Giovanni Esposito e
l'insediamento di un reparto
della
Guardia di Finanza.
Egli
stesso
nominò podestà della città
Cesare Pagnini, mentre come
prefetto della
provincia di Trieste
scelse
Bruno Coceani.
Entrambi i personaggi erano
graditi alle autorità della
RSI
e allo stesso
Mussolini,
che conosceva personalmente
Coceani fin dagli anni venti.
Attriti e tensioni costanti vi
furono invece con i fascisti
locali che si videro estromessi
dall'amministrazione della città
e della provincia.[17].
Per non creare una spaccatura
all'interno delle forze
collaborazioniste triestine, i
tedeschi, come compensazione,
permisero ai Fascisti
repubblicani di avere proprie
formazioni paramilitari e di
costituire una loro polizia
segreta da impiegare nella lotta
anti-partigiana.[18]
Durante
l'occupazione nazista di Trieste
la
Risiera di San Sabb a,
stabilimento per la pilatura del
riso edificato nel
1913,
venne usato dai tedeschi come
campo di prigionia e di
smistamento per i deportati in
Germania
e
Polonia
e come campo di detenzione di
partigiani, detenuti politici ed
ebrei. Questi ultimi vennero in
massima parte trasportati nei
lager
nazisti dell'Europa
centro-orientale e massacrati.
San Sabba fu l'unico
campo di sterminio
in Italia con forno crematorio,
messo in funzione il
4 aprile
1944.
Nello stesso tempo si
intensificò a Trieste e sul
Carso
triestino l'attività del
movimento partigiano jugoslavo
che operava in modo da
destabilizzare
il
governo
nazifascista.
La reazione dei tedeschi e dei
collaborazionisti italiani non
si fece attendere:
rastrellamenti, perquisizioni e
anche decimazioni funestarono la
città giuliana e i centri
limitrofi. Nell'aprile del
1944
a Trieste, a seguito della morte
di 7 militari germanici in un
locale di
Opicina,
furono trucidati dai tedeschi
settandadue cittadini di etnia
sia italiana che slava, poche
settimane più tardi, a causa di
un altro attentato, ne vennero
impiccati altri cinquanta.
Al
clima di incertezza e
repressione si aggiungesero i
bombardamenti statunitensi e
britannici che ripetutamene, fra
l'aprile 1944 e il febbraio
1945, presero di mira Trieste.
Danni e devastazioni si
produssero non solo nelle
strutture portuali, nella
raffineria di petrolio e nei
cantieri navali ma anche in
città.
Numerosi edifici residenziali
furono rasi al suolo e molti
altri riportarono danni di varia
entità. Pesante il bilancio
delle vittime su cui si possono
fare solo delle stime
approssimative (con ogni
probabilità circa un migliaio
per l'intero comune).
Terrificante fu l'incursione
aerea del
10 giugno
1944
che da sola provocò quasi
quattrocento morti.
La liberazione di Trieste
Il
30 aprile
1945
il
CLN
di Trieste, comandato dal
colonnello
Antonio Fonda Savio,
iniziò a liberare la città. Agli
assalti contro i tedeschi
parteciparono, con il
CLN,
le
Guardie di Finanza
e numerosi elementi della
Guardia Civica già organizzata
clandestinamente dal Comitato,
mentre nei rioni popolari e
nelle zone periferiche erano
intervenuti anche gruppi di
comunisti.
Agli scontri violenti che si
susseguirono nelle zone
centrali, non parteciparono i
nuclei partigiani controllati
dal movimento sloveno che,
invece, erano attivi nei rioni
periferici e nel
Carso.
Prima
dell'arrivo delle truppe
jugoslave la città era stata in
gran parte liberata, anche se
permanevano alcune ben munite
sacche di resistenza tedesca:
Villa Geiringer, sede del
Comando generale, il
Castello di San Giusto,
il Palazzo di Giustizia, la
stazione Centrale e il porto. A
capo delle truppe germaniche che
non avevano abbandonato ancora
la città o che non erano già
state disarmate dai partigiani
era il maggior generale
Linkebach, da circa una
settimana comandante di tutte le
forze tedesche dislocate a
Trieste.
L'occupazione jugoslava
Al
mattino del 1º maggio, Trieste
fu raggiunta dalle prime
avanguardie partigiane titoiste,
seguite dal IX Corpus
dell'esercito jugoslavo,
anch'esso agli ordini di
Josip Broz Tito,
non presente nel teatro delle
operazioni.
Il
congiungimento tra gli insorti
italiani e le avanguardie della
IV Armata jugoslava ebbe
luogo nel centro della città,
verso le 9,30, fra un reparto
avanzato, agli ordini del
Tenente Božo Mandac e il
comandante partigiano Ercole
Miani accompagnato da altri
rappresentanti del Comitato. Gli
jugoslavi avevano intenzione di
attaccare gli ultimi capisaldi
tedeschi, ma poche ore dopo,
invece di avvalersi
dell'appoggio che i partigiani
italiani del CNL avevano
assicurato loro, intimarono a
costoro la consegna delle armi.
Alcuni reparti italiani si
rifiutarono di farlo e si
produssero incidenti e scontri a
fuoco fra questi ultimi e gli
jugoslavi (a Roiano e Rozzol).
L'entrata a Trieste, nel
pomeriggio del
2 maggio,
delle avanguardie dei reparti
corazzati
neozelandesi
comandati dal generale
Bernard Freyberg,
rasserenò gli animi anche
perché, con il loro arrivo, gli
ultimi presidi tedeschi ancora
resistenti in città sospesero il
fuoco e si arresero.
Le
truppe titoiste entrate a
Trieste vi si stanziarono.
Iniziarono così i quarantatré
giorni di occupazione jugoslava
della città.
Nei
primi giorni di maggio venne
nominato da Tito un commissario
politico per Trieste, Franc
Štoka, membro del
partito comunista.
Costui proclamò Trieste città
autonoma nell'ambito della
futura
Repubblica Federale di
Jugoslavia.
Venne imposta l'esposizione
della bandiera j ugoslava
a fianco di quella Italiana nei
principali edifici pubblici e il
fuso orario locale fu uniformato
a quello della vicina
Slovenia.
Molti esponenenti del
CLN
furono costretti a nascondersi,
temendo rappresaglie, altri
preferirono abbandonare
clandestinamente la città. Il
coprifuoco si mantenne in essere
fin quasi alla fine di maggio,
nonostante la guerra fosse
terminata da alcune settimane.
Al
quinto giorno di occupazione
jugoslava, una folla esasperata
scese in piazza per dimostrare
in favore del ritorno di Trieste
all'Italia. La manifestazione
era organizzata dal
CLN
che intendeva costituire attorno
a sé un fronte democratico
unitario per richiedere agli
alleati l'allontanamento dei
titoisti dalla città[19].
Le truppe jugoslave aprirono il
fuoco sui dimostranti,
uccidendone cinque. In quelle
ore i neozelandesi di Freyberg
non si mossero dai loro
quartieri e dal porto, che
avevano precedentemente occupato
(insieme alle principali vie di
comunicazione per l'Austria),
evitando in tal modo qualsiasi
motivo di frizione con i
titoisti.
L'occupazione
ebbe termine, in virtù degli
accordi di Belgrado, solo il
giorno
12 giugno
1945,
allorquando le truppe jugoslave
abbandonarono definitivamente
Trieste.
Gli
oltre quaranta giorni di
presenza slava in città furono
visti forse come un momento di
liberazione da gran parte della
comunità di etnia slovena
residente a Trieste. Per la
massima parte della comunità
locale di lingua e di sentimenti
italiani, l'occupazione
jugoslava si configurarò invece
come un periodo di lutti e di
oppressione e, come tale,
sarebbe entrata per sempre nella
memoria storica e
nell'immaginario collettivo di
tanti triestini.
L'occupazione alleata e il
Territorio libero di Trieste
Con
gli accordi di Belgrado (9
giugno 1945) seguiti dal
definitivo ritiro degli
jugoslavi da Trieste (12
giugno), l'intera Venezia Giulia
fu suddivisa in due zone,
(secondo una linea tracciata dal
generale Morgan, che le diede il
suo nome) la prima delle quali
(zona A), con Trieste,
amministrata dagli
anglo-americani, e la seconda
(zona B), dagli Jugoslavi. Nel
1947, a seguito degli accordi di
pace di Parigi (1947),
Gorizia,
Monfalcone
ed altre limitate zone della
Venezia Giulia
furono assegnate all'Italia,
mentre l'Istria
e la massima parte del resto
della Regione giuliana, alla
Jugoslavia. Restarono escluse
dall'assegnazione: Trieste (con
parte della zona A), e la zona
nord-occidentale dell'Istria,
fino al fiume Quieto (parte
residua della zona B).
A
Trieste fu provvisoriamente
istituita la British Unites
States Zone - Free Territory of
Triest (BUSZ-FTT) -
Territorio libero di Trieste,
Zona Anglo - Americana.
Successivamente, dal settembre
1947,
la città e la zona A entrarono a
far parte, sotto l'egida dell'ONU,
dell'Allied Military
Government - Free Territory of
Triest (AMG-FTT),
Territorio libero di Trieste,
con un Governo Militare alleato.
La zona B del TLT fu data invece
in amministrazione alla
Jugoslavia.
Secondo
l'ONU
sarebbe dovuto sorgere un
Territorio Libero di Trieste,
comprendente sia la Zona A, sia
la Zona B, con un seggio
all'ONU. Tuttavia nessuno aveva
interesse a istituire tale
territorio. Gli Italiani della
Zona A, da una parte, aspiravano
a ricongiungersi all'Italia,
mentre la Jugoslavia,
dall'altra, non aveva alcun
interesse ad abbandonare la Zona
B, soprattutto perché
Capodistria
poteva diventare il porto della
Slovenia, come in effetti
divenne. Nella Zona B le case
lasciate libere dagli esuli
furono assegnate a famiglie
jugoslave fatte immigrare in
Istria.
A
Trieste ci furono diverse
manifestazioni per il ritorno di
Trieste all'Italia, fra cui
quelle del 5 e
6 novembre
1953.
Il 4 novembre si celebrava la
Festa della vittoria italiana
nella
Prima guerra mondiale
e molti triestini andarono a
rendere omaggio ai caduti nel
Sacrario di Redipuglia,
valicando il posto di blocco di
Duino
ed entrando in territorio
italiano. Al rientro, alla sera,
ebbero luogo le prime
manifestazioni. Il mattino del 5
novembre il sindaco di Trieste
fece issare sulla torre del
Municipio il Tricolore italiano
al posto della bandiera
rosso-alabardata, ammainata ore
più tardi dagli inglesi. Per
protesta una folla si radunò
davanti alla Questura da dove
vennero sparati dei colpi che
uccisero un giovane triestino,
Pietro Addobati. Ciò avveniva il
5 novembre
1953.
Il giorno successivo fu indetto,
per protesta, uno sciopero
generale, e i triestini
confluirono in massa in
Piazza Unità,
per manifestare contro il
Governo
militare Alleato. I militari
inglesi spararono dal balcone
del Palazzo del Governo sulla
folla uccidendo altri cinque
dimostranti: Emilio Bassa,
Leonardo (Nardino) Manzi,
Saverio Montano, Francesco
Paglia, Antonio Zavadil. A
questo punto esplose la rivolta
e la situazione divenne
incontrollabile. Truppe
americane, estranee agli
avvenimenti, intervennero
prontamente, riuscendo a placare
la folla. Le autorità cittadine
protestarono energicamente
contro gli autori del barbaro
massacro. Fu chiesto
ufficialmente al Governo
Militare Alleato di consegnare
in caserma la truppa inglese e
la polizia civile nel giorno del
funerale delle vittime. Il
servizio d'ordine fu adempiuto,
in massima parte, dai lavoratori
portuali.
ulteriori notizie:
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Trieste
 
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