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La nostra città Trieste

 

 

 

 

"Trieste ha una scontrosa grazia.

Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace,

con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore, come un amore, con gelosia. »

 
(Umberto Saba)
 

Trieste

Un pò di storia

La Storia di Trieste ha inizio con il formarsi di un centro abitato di modeste dimensioni in epoca preromana, che acquisì connotazioni propriamente urbane solo dopo la conquista  e colonizzazione da parte di Roma. Dopo i fasti imperiali la città decadde a seguito delle invasioni barbariche, ricoprendo un'importanza marginale nel millennio successivo. Subì varie dominazioni per poi divenire un libero comune che si associò alla casa d'Austria. Fra il Settecento e l'Ottocento Trieste conobbe una nuova prosperità grazie al porto franco e allo sviluppo di un fiorente commercio che fece di essa una delle più importanti metropoli dell'Impero d'Austria (poi Austro-ungarico). Città cosmopolita, rimasta in età asburgica di lingua italiana ed essa stessa importante polo di cultura italiana ed europea, fu incorporata al Regno d'Italia a seguito della Grande guerra. Dopo il secondo conflitto mondiale fu per nove anni occupata dalle truppe anglo-americane. Ricongiuntasi definitivamente all'Italia nel 1954 è passata ad essere, dal 1963, capoluogo del Friuli-Venezia Giulia.

Il territorio dove attualmente sorge la città di Trieste e il suo retroterra carsico divennero sede stabile dell'uomo durante il Neolitico. A partire dall'età del bronzo tardio iniziò a svilupparsi in regione la Cultura dei castellieri da parte di popoli preindoeuropei. Dopo il X secolo è documentata la presenza sul Carso dei primi nuclei di indoeuropei, gli Istri, che tuttavia, con ogni probabilità, non furono i primi abitatori della futura Trieste, nonostante la presenza in zona di alcuni castellieri che essi stessi avevano edificato. La fondazione del primo nucleo della romana Tergeste sembrerebbe infatti imputabile al popolo dei Veneti o Paleoveneti, come testimoniato dalle radici venetiche del nome (Terg ed Este) e da altri importanti reperti[2]. Strabone tuttavia, fa risalire la fondazione di Tergeste al popolo celtico dei Carni

A seguito della conquista romana (II secolo a.C.) la località divenne municipio di diritto latino con il nome di Tergeste, sviluppandosi e acquisendo una netta fisionomia urbana già in epoca augustea. Raggiunse la sua massima espansione durante il principato di Traiano, con una popolazione che, secondo Pietro Kandler, doveva aggirarsi sui 12.000 - 12.500 abitanti[4]. (solo negli anni sessanta del XVIII secolo la città raggiunse nuovamente la consistenza demografica di età romana).

Nella parte bassa del colle di san Giusto verso il mare è ancor oggi possibile osservare i resti della città romana, nonostante le numerose costruzioni moderne che ne coprono, in parte, la visuale.

Due edifici ci offrono una chiara testimonianza dell'importanza di Trieste in epoca romana: il teatro, della fine del I secolo a.C. (ma ampliato sotto Traiano), con una capienza di circa 6.000 spettatori, e la basilica paleocristiana, edificata fra il IV e il V secolo, contenente alcuni superbi mosaici, segno tangibile della ricchezza della chiesa locale e della città di Tergeste fino a tarda età imperiale.

Sul colle di San Giusto sono tuttora visibili alcuni resti dei templi a Giove e ad Atena. Di quest'ultimo si sono conservate alcune strutture architettoniche nelle fondamenta della cattedrale, identificabili dall'esterno grazie ad apposite aperture nelle pareti del campanile e nel sottosuolo (tramite accesso dal Museo civico di storia ed arte di Trieste).

Altro monumento romano mantenutosi in discrete condizioni fino ai giorni nostri è l'Arco di Riccardo, antica porta cittadina edificata nella seconda metà del I secolo a.C. A Barcola, Grignano e altre località della costa sono stati rinvenuti resti di ville appartenenti al patriziato locale e in massima parte erette nel I e II secolo.

Importante fu il collegamento effettuato dall'imperatore Flavio Vespasiano tra Trieste e Pola. Tuttora rimane il tracciato denominato proprio "Via Flavia".

Trieste possedeva un porto (in zona Campo Marzio) e una serie di scali di modeste dimensioni lungo il litorale: sotto il promontorio di San Vito; a Grignano, in prossimità di alcune ville patrizie; a Santa Croce, ecc.). Il fabbisogno idrico della città era all'epoca soddisfatto da due acquedotti: quello di Bagnoli e quello di San Giovanni di Guardiella.

Dalle invasioni barbariche a libero comune

Dopo l'anarchia che paralizzò l'intera regione alla caduta dell'impero d'Occidente, Trieste fece parte prima del Regno di Odoacre, poi di quello di Teodorico. Nel corso della guerra gotica fu occupata da Giustiniano I, che ne fece una colonia militare bizantina. Pochi anni più tardi la città fu distrutta dai Longobardi (nel 568, al momento della loro invasione, o, più probabilmente, nel 585[5][6]). Riedificata nei decenni successivi, ma ormai fortemente ridimensionata sotto il profilo demografico, passò ai Franchi (788), la cui sovranità fu riconosciuta dagli imperatori bizantini nell'812. Nel 948 Lotario II d'Italia conferì al vescovo Giovanni III e ai suoi successori il governo della città che passò a godere da quel momento di un'ampia autonomia, pur conservando vincoli feudali con il Regno d'Italia.

Durante tutta l'età vescovile la città fu costretta a difendersi dalle mire espansionistiche dei potenti Patriarchi di Aquileia, di Venezia e, successivamente, dei conti di Gorizia. Il governo vescovile entrò in crisi attorno alla metà del Duecento: le incessanti guerre e liti, soprattutto con Venezia, avevano infatti svuotato le arche cittadine, costringendo i vescovi a disfarsi di alcune importanti prerogative legate a diritti che vennero venduti alla cittadinanza. Fra questi ultimi, il diritto di giurisdizione, di riscossione delle decime e di emissione di monete. Si sviluppò pertanto un'amministrazione civile, dominata dai maggiorenti della città, che gradualmente si sostituì a quella ecclesiastica. Tale processo culminò nel 1295, allorquando il vescovo Brissa de Toppo rinunciò formalmente alle sue ultime prerogative e cedette il governo di Trieste alla comunità cittadina, costituitasi, anche ufficialmente, in libero comune.

Trieste e gli Asburgo: da libero comune a porto internazionale

File:Wappen Triest.png

Stemma di Trieste austro-ungarica

Inserimento nell'orbita austriaca

Divenuta libero comune, Trieste dovette affrontare nuove e più poderose pressioni, sia di natura militare che economica, da Venezia, che ambiva ad assumere una posizione egemonica nell'Adriatico. La sproporzione in termini demografici, finanziari e militari fra le due città lasciavano presagire per Trieste un futuro inserimento nell'orbita veneta con la conseguente perdita delle propria indipendenza come era già accaduto precedentemente per molti centri istriani e dalmati. Nel 1382, un ennesimo contenzioso con la Serenissima la spinse a porsi sotto la protezione del Duca d'Austria che si impegnò a rispettare e proteggere l'integrità e le libertà civiche della città (queste ultime furono ampiamente ridimensionate a partire dalla seconda metà del XVIII secolo).

Creazione del porto franco e sviluppo della città

Nel 1719 Carlo VI d'Austria creò a Trieste un porto franco i cui privilegi vennero estesi, durante il regno del suo successore, prima al Distretto Camerale (1747), poi a tutta la città (1769). Dopo la morte dell'imperatore (nel 1740) salì al trono la giovane Maria Teresa d'Austria che grazie ad una attenta politica economica permise alla città di diventare uno dei principali porti europei e il massimo dell'Impero. In età teresiana il governo austriaco investì capitali consistenti nell'ampliamento e nel potenziamento dello scalo. Fra il 1758 e il 1769 furono approntate opere a difesa del molo e venne eretto un forte. Nelle immediate vicinanze del porto sorsero la Borsa (all'interno del Palazzo municipale, attorno al 1755), il Palazzo della Luogotenenza (1764), oltreché un grande magazzino e il primo cantiere navale di Trieste, noto come lo squero di san Nicolò. In quegli anni iniziò ad essere edificato un intero quartiere, che dell'imperatrice porta ancora il nome, per ospitare una popolazione che in città era in crescente aumento e che alla fine del secolo avrebbe raggiunto i 30.000 abitanti circa,[7] sei volte superiore a quella presente un centinaio di anni prima. Il notevole sviluppo demografico della città fu dovuto, in massima parte, all'arrivo di numerosi immigrati provenienti per lo più dal bacino adriatico (istriani, veneti, dalmati, friulani, sloveni) e, in minor misura, dall'Europa continentale (austriaci, ungheresi) e balcanica (serbi, greci, ecc.).

Trieste fu occupata per tre volte dalle truppe di Napoleone, nel 1797, nel 1805 e nel 1809, quando fu annessa alle Province Illiriche; in questi brevi periodi la città perse definitivamente l'antica autonomia con la conseguente sospensione di status di porto franco. Ritornata agli Asburgo nel 1813 Trieste continuò a svilupparsi, anche grazie all'apertura della ferrovia con Vienna nel 1857. Negli anni sessanta dell'Ottocento fu elevata al rango di capoluogo di Land nella regione del Litorale Adriatico ( Adriatiche Kusteland). Successivamente la città divenne, negli ultimi decenni dell'Ottocento, la quarta realtà urbana dell'Impero Austro-Ungarico (dopo Vienna, Budapest e Praga).

Lo sviluppo commerciale e industriale della città nella seconda metà del XIX secolo e nel primo quindicennio del secolo successivo (30.000 addetti al settore secondario nel 1910) comportò la nascita e lo sviluppo di alcune sacche di emarginazione sociale. Trieste presentava all'epoca una elevata mortalità infantile, superiore a quella delle città italiane e uno fra i più alti tassi di tubercolosi a livello europeo.[8] Si approfondiva inoltre sempre più la frattura fra il contado, popolato soprattutto da sloveni, e la città, di lingua e tradizioni italiane.

Gruppi etnici e linguistici in età asburgica

In età medievale e fino al principio del XIX secolo a Trieste si parlava il tergestino, un dialetto di tipo retoromanzo. Unico idioma scritto con carattere di ufficialità e lingua di cultura, fu invece, durante quasi tutta l'età medievale, il latino, cui si affiancò, alle soglie dell'età moderna (XIV e XV secolo), l'italiano (parlato, come lingua madre, da un'esigua minoranza di triestini) e, successivamente (dalla seconda metà del XVIII secolo), anche il tedesco, che però restò circoscritto entro un ambito prettamente amministrativo. Dopo la costituzione del porto franco e l'inizio del grande flusso migratorio che, iniziato nel Settecento, si intensificò ulteriormente nel secolo successivo (con una netta predominanza di Veneti, Dalmati, Istriani, Friulani e Sloveni), il tergestino perse gradualmente terreno a favore sia dell'italiano che del veneto. Se il primo si impose soprattutto come lingua scritta e di cultura, il secondo si diffuse, fra gli ultimi decenni del Settecento e i primi dell'Ottocento come una vera e propria lingua franca a Trieste. Fra le click to zoomminoranze linguistiche acquistò un notevole peso in città nella seconda metà del XIX secolo, quella slovena (presente nel Carso triestino fin da epoca medievale), che alla vigilia della prima guerra mondiale rappresentava circa la quarta parte della popolazione totale del Comune.

Grazie al suo stato privilegiato di unico porto commerciale di una certa importanza dell'Austria, Trieste continò sempre a mantenere nei secoli stretti legami culturali e linguistici con l'Italia. Infatti, nonostante la lingua ufficiale della burocrazia fosse il tedesco, l'italiano, già lingua di cultura fin da epoca tardomedievale, si impose nell'ultimo periodo di sovranità asburgica, in tutti i contesti formali, compresi gli affari (sia in Borsa che nelle transazioni private), l'istruzione (nel 1861 fu aperto dal Comune un ginnasio italiano che si affiancò a quello preesistente austro-tedesco), la comunicazione scritta (la gran maggioranza delle pubblicazioni e dei giornali erano redatti in italiano), trovando un suo spazio persino nel consiglio comunale (la classe politica triestina era in massima parte italofona). Veniva spesso parlato, insieme al veneto e ad altre lingue, anche in contesti informali. Pietro Kandler riporta, nella sua Storia di Trieste, che:« A Trieste la nobiltà parla il Tedesco, il popolo l'Italiano, il contado lo Sloveno »

L'unione al Regno d'Italia

L'irredentismo, la Grande guerra e il passaggio all'Italia Trieste fu, con Trento, un centro di irredentismo, movimento che aspirava all'annessione all'Italia di tutte quelle terre abitate da secoli da popolazioni di cultura italiana (o ad essa assimilabile) ma che ancora non facevano parte dell'Italia d'allora (terre "irredente" appunto). Primo martire di tale movimento è considerato un triestino, Guglielmo Oberdan, che, per aver ordito un complotto per uccidere l'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe (mai realizzato), fu processato ed impiccato nella sua città natale il 20 dicembre 1882. La Lega Nazionale, fu la massima organizzazione triestina di carattere privato del tempo; considerata dalle autorità austriache vicina al movimento irredentista italiano, arrivò a contare 11.569 soci nel 1912[10].Allo scoppio della prima guerra mondiale, 1041 patrioti tristini si rifiutarono di combattere sotto le bandiere austro-ungariche e, subito dopo l'entrata in guerra dell'Italia contro gli Imperi centrali, si arruolarono nel regio esercito. Fra i 182 volontari che persero la vita nel corso del conflitto[11], ricordiamo gli scrittori e intellettuali Scipio Slataper, Ruggero Timeus e Carlo Stuparich, fratello del più noto Giani.

 

Lo scrittore Scipio Slataper caduto sul fronte dell'Isonzo (1915)

 

Nel novembre 1918, al termine della prima guerra mondiale, Trieste fu unita all'Italia. L'annessione formale della città e della Venezia Giulia avvenne però solo due anni più tardi, fra il novembre 1920 e il gennaio 1921 (allorquando questa divenne effettiva). Con l'annessione, l'importanza della metropoli giuliana venne alquanto ridimensionata: Trieste si trovò ad essere città di confine con un hinterland molto più limitato che in passato. Il suo porto aveva inoltre perduto il potenziale bacino di utenza che ne aveva determinato lo sviluppo e che era costituito dall'intero Impero Austro-ungarico, entità statuale dissoltasi definitivamente. Per paliare, almeno parzialmente, tale situazione, lo stato italiano mise in atto nei confronti della città e della sua provincia una politica di economia assistita che, avviata dall'ultimo governo di Giovanni Giolitti (1920-1921), si protrasse durante tutto il periodo fascista (1922-1943).

Il fascismo

Lo sviluppo del fascismo a Trieste fu precoce e rapido. Nel maggio 1920 si costituirono in città le prime Squadre volontarie di difesa cittadina, nuclei di squadristi fascisti al comando dell'ufficiale di marina Ettore Benvenuti. Nel giugno successivo veniva aperta la sede dell' Avanguardia studentesca triestina, anch'essa di chiara ispirazione fascista. In tali organizzazioni vennero reclutati gli squadristi che 13 luglio del 1920 presidiarono l'Hotel Balkan[12], dove si era radunata una manifestazione antislava, in risposta a un attentato contro le truppe italiane di stanza a Spalato. L'attentato aveva causato due vittime fra i militari del regio esercito cui era seguita, a Trieste, l'uccisione di un cuoco iscritto al fascio di combattimento[13]. Durante i disordini, furono probabilmente gli stessi squadristi ad appiccare fuoco all'edificio[14], mostrando «...con le fiamme...che ben si possono scorgere da diversi punti della città, la forza del fascismo in attesa»[15]

Nel dicembre 1920 il fascismo apriva in città un suo giornale, Il popolo di Trieste che iniziò a propagare l'idea che il crollo del decrepito e anacronistico Impero austro-ungarico offriva finalmente la possibilità, ai triestini e ai giuliani in generale, di svolgere una funzione importante nell'Adriatico e nei Balcani, in chiave imperialista. Sensibili a tale richiamo furono «industriali in pericolo, borghesi dall'avvenire incerto, ufficiali smobilitati, studenti inquieti, popolani ambiziosi»[16] Le elezioni del 1921 videro a Trieste una notevole affermazione della coalizione fascista (il Blocco italiano) che ottenne circa il 45% dei voti totali. Non c'è pertanto da stupirsi se, all'indomani della marcia su Roma (28 ottobre 1922) l'occupazione di alcuni edifici pubblici della città da parte degli squadristi locali capitanati da Francesco Giunta, avvenne con il beneplacito delle autorità. Qualche giorno più tardi sfilò per le vie di Trieste un corteo di fascisti, accompagnati da un reparto di "cavalleria fascista". Era iniziato, anche per la città giuliana, il ventennio nero. A seguito delle fiamme seguirono varie esplosioni probabilmente dovute ad un deposito di armi presente nel Balkan.

Con l'avvento del fascismo venne inaugurata, a Trieste e in Venezia Giulia, una politica di snazionalizzazione delle minoranze cosiddette allogene. A partire dalla metà degli anni venti si diede l'avvio all'italianizzazione dei toponimi e dei cognomi, nel 1929 l'insegnamento in sloveno e in altre lingue slave venne definitivamente bandito da tutte le scuole pubbliche cittadine di ogni ordine e grado e poco più tardi furono sciolte tutte le organizzazioni slovene. L'obiettivo, come era accaduto in altri stati europei del tempo, era quello di assimilare forzosamente i gruppi etnici minoritari in spregio alla propria cultura e tradizioni. Tale politica, unitamente alle azioni antislave degli squadristi, spesso costellate da morti e da feriti, ebbero gravissime ripercussioni sui delicati rapporti interetnici. Le organizzazioni indipendentiste e terroriste slovene, fra cui il TIGR e la Borba, reagirono agli assassinii perpetrati dai fascisti con altrettanta brutalità: si moltiplicarono gli atti di resistenza armata e si verificarono azioni violente contro gli esponenti del regime fascista e i membri delle forze dell'ordine o, in alcuni casi, anche contro semplici cittadini.

Nel 1930 si produssero a Trieste due attentati ad opera del TIGR: quello al Faro della Vittoria e, ben più grave, quello alla redazione de Il Popolo di Trieste, che causò la morte dello stenografo Guido Neri e il ferimento di tre persone. Gli accusati, tutti slavi, vennero processati dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato trasladato per l'occasione da Roma a Trieste (primo processo di Trieste). Il processo si concluse con una condanna esemplare: a quattro imputati venne comminata la pena di morte (Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš e Alojzij Valenčič) e furono fucilati a Basovizza il 6 settembre 1930, mentre ad altri dodici vennero inflitte varie pene detentive.

Nel dicembre 1941, a guerra già iniziata, fu celebrato, sempre a Trieste, un secondo processo dal Tribunale speciale per la Difesa dello Stato contro nove membri del TIGR (sloveni e croati) che furono accusati di terrorismo e spionaggio. Cinque di loro (Pinko Tomažič, Viktor Bobek, Ivan Ivančič, Simon Kos e Ivan Vadnal) furono giustiziati a Opicina, gli altri imprigionati. Con questo secondo processo l'organizzazione terrorista venne per sempre annientata.

L'entrata in guerra dell'Italia a fianco della Germania nazista, nel giugno 1940, comportò per Trieste, come per il resto d'Italia, lutti e disagi di ogni tipo, che si acuirono negli anni successivi, con il protrarsi del conflitto. L'aggressione italo-tedesca alla Jugoslavia, nella primavera del 1941, riaccese inoltre la resistenza slovena e croata in Venezia Giulia, soprattutto a partire dal 1942. Gli eventi bellici, e, in taluni casi, una deliberata politica terroristica delle truppe di occupazione tedesche e italiane nei confronti delle popolazioni slovene e croate soggette al loro dominio (villaggi bruciati, decimazioni, uccisioni indiscriminate di civili), unitamente all'apertura di campi di concentramento per slavi nello stesso territorio italiano in cui persero la vita migliaia di innocenti, approfondirono ulterirmente il solco d'odio interetnico che il fascismo aveva contribuito ampiamente a creare. Tale odio non fu estraneo alla tragedia che sarebbe stata vissuta dalla città di Trieste e dall'intera Venezia Giulia durante e dopo la seconda guerra mondiale.

Fin dall'estate del 1942 si ebbe una recrudiscenza della violenza squadrista nella città giuliana che si protrasse fino alla caduta del Regime (25 luglio 1943). Il segretario del fascio locale, il moderato Gustavo Piva, fu sostituito dal fascista oltranzista Giovanni Spangaro, che godeva dell'incondizionato appoggio, a Roma, dal segretario generale del PNF, il triestino Aldo Vidussoni. Violenze contro slavi e antifascisti italiani si intensificarono sia a Trieste che nella sua provincia, talvolta con conseguenze mortali (a Cossana due contadini vennero trucidati). Il 30 giugno 1942 si costituì a Trieste un Centro per lo studio del problema ebraico, su imitazione di quello romano, e il 18 luglio successivo fu assalita e danneggiata gravemente la sinagoga, già presa di mira un anno prima. Nei mesi che seguirono i fascisti devastarono anche molti negozi di ebrei e slavi, senza però riuscir mai a coinvolgere in tali azioni di teppismo politico la cittadinanza triestina, stanca delle violenze squadriste. Nel 1942 iniziò a funzionare anche l'Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per la Venezia Giulia con sede in una palazzina di via Bellosguardo, che ben presto si convertì in un luogo di torture e di morte per antifascisti o supposti tali. Conosciuta come Villa Triste, fu l'antesignana di tante altre Ville Tristi italiane che da essa presero il nome.

L'occupazione tedesca

Pochi giorni dopo l'armistizio di Cassibile (i cui conenuti furono diffusi per radio l'8 settembre 1943) Trieste fu occupata dalle truppe tedesche. Pur non essendo formalmente annessa al Terzo Reich, entrò a far parte della Zona d'Operazione del Litorale Adriatico, che comprendeva le province di Trieste, Gorizia, Pola, Fiume, Udine e Lubiana con a capo il gauleiter austriaco Friedrich Rainer. Rainer permise in città la ricostituzione di una sede del PFR, diretta dal federale Bruno Sambo, la presenza di un modesto contingente di militari italiani al comando del generale della GNR Giovanni Esposito e l'insediamento di un reparto della Guardia di Finanza. Egli stesso nominò podestà della città Cesare Pagnini, mentre come prefetto della provincia di Trieste scelse Bruno Coceani. Entrambi i personaggi erano graditi alle autorità della RSI e allo stesso Mussolini, che conosceva personalmente Coceani fin dagli anni venti. Attriti e tensioni costanti vi furono invece con i fascisti locali che si videro estromessi dall'amministrazione della città e della provincia.[17]. Per non creare una spaccatura all'interno delle forze collaborazioniste triestine, i tedeschi, come compensazione, permisero ai Fascisti repubblicani di avere proprie formazioni paramilitari e di costituire una loro polizia segreta da impiegare nella lotta anti-partigiana.[18]

Durante l'occupazione nazista di Trieste la Risiera di San Sabba, stabilimento per la pilatura del riso edificato nel 1913, venne usato dai tedeschi come campo di prigionia e di smistamento per i deportati in Germania e Polonia e come campo di detenzione di partigiani, detenuti politici ed ebrei. Questi ultimi vennero in massima parte trasportati nei lager nazisti dell'Europa centro-orientale e massacrati. San Sabba fu l'unico campo di sterminio in Italia con forno crematorio, messo in funzione il 4 aprile 1944. Nello stesso tempo si intensificò a Trieste e sul Carso triestino l'attività del movimento partigiano jugoslavo che operava in modo da destabilizzare il governo nazifascista. La reazione dei tedeschi e dei collaborazionisti italiani non si fece attendere: rastrellamenti, perquisizioni e anche decimazioni funestarono la città giuliana e i centri limitrofi. Nell'aprile del 1944 a Trieste, a seguito della morte di 7 militari germanici in un locale di Opicina, furono trucidati dai tedeschi settandadue cittadini di etnia sia italiana che slava, poche settimane più tardi, a causa di un altro attentato, ne vennero impiccati altri cinquanta.

Al clima di incertezza e repressione si aggiungesero i bombardamenti statunitensi e britannici che ripetutamene, fra l'aprile 1944 e il febbraio 1945, presero di mira Trieste. Danni e devastazioni si produssero non solo nelle strutture portuali, nella raffineria di petrolio e nei cantieri navali ma anche in città. Numerosi edifici residenziali furono rasi al suolo e molti altri riportarono danni di varia entità. Pesante il bilancio delle vittime su cui si possono fare solo delle stime approssimative (con ogni probabilità circa un migliaio per l'intero comune). Terrificante fu l'incursione aerea del 10 giugno 1944 che da sola provocò quasi quattrocento morti.

La liberazione di Trieste

Il 30 aprile 1945 il CLN di Trieste, comandato dal colonnello Antonio Fonda Savio, iniziò a liberare la città. Agli assalti contro i tedeschi parteciparono, con il CLN, le Guardie di Finanza e numerosi elementi della Guardia Civica già organizzata clandestinamente dal Comitato, mentre nei rioni popolari e nelle zone periferiche erano intervenuti anche gruppi di comunisti. Agli scontri violenti che si susseguirono nelle zone centrali, non parteciparono i nuclei partigiani controllati dal movimento sloveno che, invece, erano attivi nei rioni periferici e nel Carso.

Prima dell'arrivo delle truppe jugoslave la città era stata in gran parte liberata, anche se permanevano alcune ben munite sacche di resistenza tedesca: Villa Geiringer, sede del Comando generale, il Castello di San Giusto, il Palazzo di Giustizia, la stazione Centrale e il porto. A capo delle truppe germaniche che non avevano abbandonato ancora la città o che non erano già state disarmate dai partigiani era il maggior generale Linkebach, da circa una settimana comandante di tutte le forze tedesche dislocate a Trieste.

L'occupazione jugoslava

Al mattino del 1º maggio, Trieste fu raggiunta dalle prime avanguardie partigiane titoiste, seguite dal IX Corpus dell'esercito jugoslavo, anch'esso agli ordini di Josip Broz Tito, non presente nel teatro delle operazioni.

Il congiungimento tra gli insorti italiani e le avanguardie della IV Armata jugoslava ebbe luogo nel centro della città, verso le 9,30, fra un reparto avanzato, agli ordini del Tenente Božo Mandac e il comandante partigiano Ercole Miani accompagnato da altri rappresentanti del Comitato. Gli jugoslavi avevano intenzione di attaccare gli ultimi capisaldi tedeschi, ma poche ore dopo, invece di avvalersi dell'appoggio che i partigiani italiani del CNL avevano assicurato loro, intimarono a costoro la consegna delle armi. Alcuni reparti italiani si rifiutarono di farlo e si produssero incidenti e scontri a fuoco fra questi ultimi e gli jugoslavi (a Roiano e Rozzol). L'entrata a Trieste, nel pomeriggio del 2 maggio, delle avanguardie dei reparti corazzati neozelandesi comandati dal generale Bernard Freyberg, rasserenò gli animi anche perché, con il loro arrivo, gli ultimi presidi tedeschi ancora resistenti in città sospesero il fuoco e si arresero.

Le truppe titoiste entrate a Trieste vi si stanziarono. Iniziarono così i quarantatré giorni di occupazione jugoslava della città.

Nei primi giorni di maggio venne nominato da Tito un commissario politico per Trieste, Franc Štoka, membro del partito comunista. Costui proclamò Trieste città autonoma nell'ambito della futura Repubblica Federale di Jugoslavia. Venne imposta l'esposizione della bandiera jugoslava a fianco di quella Italiana nei principali edifici pubblici e il fuso orario locale fu uniformato a quello della vicina Slovenia. Molti esponenenti del CLN furono costretti a nascondersi, temendo rappresaglie, altri preferirono abbandonare clandestinamente la città. Il coprifuoco si mantenne in essere fin quasi alla fine di maggio, nonostante la guerra fosse terminata da alcune settimane.

Al quinto giorno di occupazione jugoslava, una folla esasperata scese in piazza per dimostrare in favore del ritorno di Trieste all'Italia. La manifestazione era organizzata dal CLN che intendeva costituire attorno a sé un fronte democratico unitario per richiedere agli alleati l'allontanamento dei titoisti dalla città[19]. Le truppe jugoslave aprirono il fuoco sui dimostranti, uccidendone cinque. In quelle ore i neozelandesi di Freyberg non si mossero dai loro quartieri e dal porto, che avevano precedentemente occupato (insieme alle principali vie di comunicazione per l'Austria), evitando in tal modo qualsiasi motivo di frizione con i titoisti.

L'occupazione ebbe termine, in virtù degli accordi di Belgrado, solo il giorno 12 giugno 1945, allorquando le truppe jugoslave abbandonarono definitivamente Trieste.

Gli oltre quaranta giorni di presenza slava in città furono visti forse come un momento di liberazione da gran parte della comunità di etnia slovena residente a Trieste. Per la massima parte della comunità locale di lingua e di sentimenti italiani, l'occupazione jugoslava si configurarò invece come un periodo di lutti e di oppressione e, come tale, sarebbe entrata per sempre nella memoria storica e nell'immaginario collettivo di tanti triestini.

L'occupazione alleata e il Territorio libero di Trieste

Con gli accordi di Belgrado (9 giugno 1945) seguiti dal definitivo ritiro degli jugoslavi da Trieste (12 giugno), l'intera Venezia Giulia fu suddivisa in due zone, (secondo una linea tracciata dal generale Morgan, che le diede il suo nome) la prima delle quali (zona A), con Trieste, amministrata dagli anglo-americani, e la seconda (zona B), dagli Jugoslavi. Nel 1947, a seguito degli accordi di pace di Parigi (1947), Gorizia, Monfalcone ed altre limitate zone della Venezia Giulia furono assegnate all'Italia, mentre l'Istria e la massima parte del resto della Regione giuliana, alla Jugoslavia. Restarono escluse dall'assegnazione: Trieste (con parte della zona A), e la zona nord-occidentale dell'Istria, fino al fiume Quieto (parte residua della zona B).

A Trieste fu provvisoriamente istituita la British Unites States Zone - Free Territory of Triest (BUSZ-FTT) - Territorio libero di Trieste, Zona Anglo - Americana. Successivamente, dal settembre 1947, la città e la zona A entrarono a far parte, sotto l'egida dell'ONU, dell'Allied Military Government - Free Territory of Triest (AMG-FTT), Territorio libero di Trieste, con un Governo Militare alleato. La zona B del TLT fu data invece in amministrazione alla Jugoslavia.

Secondo l'ONU sarebbe dovuto sorgere un Territorio Libero di Trieste, comprendente sia la Zona A, sia la Zona B, con un seggio all'ONU. Tuttavia nessuno aveva interesse a istituire tale territorio. Gli Italiani della Zona A, da una parte, aspiravano a ricongiungersi all'Italia, mentre la Jugoslavia, dall'altra, non aveva alcun interesse ad abbandonare la Zona B, soprattutto perché Capodistria poteva diventare il porto della Slovenia, come in effetti divenne. Nella Zona B le case lasciate libere dagli esuli furono assegnate a famiglie jugoslave fatte immigrare in Istria.

A Trieste ci furono diverse manifestazioni per il ritorno di Trieste all'Italia, fra cui quelle del 5 e 6 novembre 1953. Il 4 novembre si celebrava la Festa della vittoria italiana nella Prima guerra mondiale e molti triestini andarono a rendere omaggio ai caduti nel Sacrario di Redipuglia, valicando il posto di blocco di Duino ed entrando in territorio italiano. Al rientro, alla sera, ebbero luogo le prime manifestazioni. Il mattino del 5 novembre il sindaco di Trieste fece issare sulla torre del Municipio il Tricolore italiano al posto della bandiera rosso-alabardata, ammainata ore più tardi dagli inglesi. Per protesta una folla si radunò davanti alla Questura da dove vennero sparati dei colpi che uccisero un giovane triestino, Pietro Addobati. Ciò avveniva il 5 novembre 1953. Il giorno successivo fu indetto, per protesta, uno sciopero generale, e i triestini confluirono in massa in Piazza Unità, per manifestare contro il Il bacio della Liberazione by Tony VaccaroGoverno militare Alleato. I militari inglesi spararono dal balcone del Palazzo del Governo sulla folla uccidendo altri cinque dimostranti: Emilio Bassa, Leonardo (Nardino) Manzi, Saverio Montano, Francesco Paglia, Antonio Zavadil. A questo punto esplose la rivolta e la situazione divenne incontrollabile. Truppe americane, estranee agli avvenimenti, intervennero prontamente, riuscendo a placare la folla. Le autorità cittadine protestarono energicamente contro gli autori del barbaro massacro. Fu chiesto ufficialmente al Governo Militare Alleato di consegnare in caserma la truppa inglese e la polizia civile nel giorno del funerale delle vittime. Il servizio d'ordine fu adempiuto, in massima parte, dai lavoratori portuali.

ulteriori notizie: http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Trieste

 

 

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